giovedì 28 novembre 2013

A proposito del futuro di povertà dei precari


Lettera al Corriere della Sera pubblicata il 28 novembre 2013 nella rubrica Interventi e Repliche, pag. 49.

Caro direttore, sul Corriere di ieri, a proposito del futuro di povertà dei precari, allarme lanciato il giorno prima dall'Ocse, c'è un spunto che varrebbe la pena indagare. In un articolo firmato da Corinna De Cesare e Fabio Savelli, leggo che il presidente dell'Inps Antonio Mastrapasqua ha provato a spargere acqua sul fuoco rassicurando i giovani con queste parole: "Chi oggi è precario la pensione ce l'avrà sicuramente perché il sistema pensionistico non può essere sostitutivo del mercato del lavoro, dell'assistenza e del sostegno al reddito, se i tre sistemi reggono allora non si verificherà quello che dice l'Ocse".
Il problema non è solo quello di avere la pensione, ma la sua entità. Io non avrei detto che Mastrapasqua è stato rassicurante (a parte i "se"), anche perché lo stesso presidente dell'Inps, il 6 ottobre 2010, aveva detto al Corriere: "Se dovessimo dare la simulazione della pensione ai parasubordinati rischieremmo un sommovimento sociale". Nello stesso periodo l'Inps aveva appena reso noto uno studio dal quale risultava che, dopo una vita da precario, un lavoratore andrebbe in pensione con circa 250 euro. Ma nessuno fece caso a questa notizia.
L'allarme lanciato dall'Ocse il 26 novembre non era una notizia. I circa 3,5 milioni di precari in Italia e le loro famiglie hanno da tempo ben presente questo problema. D'altra parte l'uso fuori controllo, l'abuso, che molte aziende continuano a fare dei contratti atipici non fa che aggravare la situazione.
Nei giorni scorsi ho partecipato a qualche evento di Book City (editori tutti contenti dei risultati; quest'anno 130 mila partecipanti rispetto agli 80 mila dell'anno scorso). Quanti sanno che le aziende editoriali sono quelle che più sfruttano questi contratti, in gran parte falsi contratti a progetto e false partite Iva?
Secondo l'inchiesta "Editoria invisibile" promossa da Ires Emilia Romagna per conto di SLC (sindacato lavoratori della comunicazione)/Cgil i cui risultati sono stati resi noti nella primavera scorsa, il 92% di chi lavora nell'editoria ha contratti non standard. In grandissima parte sono donne, laureate, in età compresa tra i 25 e i 39 anni.

Grazie per l'attenzione

Valentina Strada

lunedì 11 novembre 2013

"Cosa ha fatto Berlusconi per voi?". "Bohhhh...."

La breve intervista al fratelli Andrea (23 anni) e Luca (18) Zappacosta (Repubblica di oggi) fa letteralmente cadere le braccia per quanto è indice del fanatismo dell'ignoranza e della disinformazione di cui si nutrono certi giovani d'oggi e della manipolazione di cui possono essere vittime e, a loro volta, protagonisti.
Le due giovani reclute dello sfilacciato partito di Berlusconi, iscritte d'ufficio alla squadra dei falchi (falchetti) con la benedizione della Santanché, hanno organizzato per domani sera a Roma un evento per radunare tutti i loro coetanei interessati al prossimo casting del cavaliere, che vuole sangue nuovo per Forza Italia.
"Berlusconi ha sempre mantenuto tutte le sue promesse; i suoi governi hanno ottenuto record senza precedenti", hanno dichiarato con convinzione i fratelli Zappacosta al giornalista di Repubblica.
Al posto del collega avrei senz'altro chiesto loro l'elenco delle promesse mantenute dal cavaliere e quali record avrebbe stabilito il suo governo. Ma si sa, lo spazio nei giornali è spesso tiranno.
Anni fa, in occasione di una delle tante campagne elettorali, attraversando piazza del Duomo a Milano proprio mentre si stava svolgendo una manifestazione del Pdl, con Berlusconi in collegamento sul maxischermo, mi sono fermata davanti a un gruppetto di ragazzi che brandivano e sventolavano bandiere del Pdl. Ho chiesto loro: "Perché siete qui?". "Per Berlusconi", è stata la risposta. "Ma che cosa ha fatto Berlusconi per voi giovani?". Tutti in coro: "Bohhhhh".

lunedì 21 ottobre 2013

Dove vive Aldo Cazzullo?

Il Corriere della Sera di ieri ha anticipato un ampio estratto del primo capitolo di Basta piangere! (sottotitolo: Storie di un'Italia che non si lamentava), ultima fatica di Aldo Cazzullo, inviato ed editorialista del quotidiano milanese, in libreria da domani.
Naturalmente non ho ancora potuto leggere questo libro, ma già la premessa su cui si fonda è veramente fastidiosa: le opportunità e le cose che ha un adolescente di oggi non le ha mai avute nessuno. Bella scoperta. Quando mai, progredendo, una società ha offerto ai figli meno opportunità e cose di quelle offerte ai padri? E che cosa dovrebbero dire i nonni?
Almeno finora era andata così, il cosiddetto "ascensore sociale" innescava un meccanismo per cui anche il figlio dell'operaio poteva diventare "dottore". Quanti, della mia generazione, hanno potuto avere un lavoro dignitoso, remunerato (anche bene), senza scadenza, e oggi hanno una pensione?
Di colpo l'ascensore sociale si è inceppato. La gravissima crisi economica, certamente non innescata dalle ultime generazioni, ha visto e vede giovani preparati, laureati e magari "masterizzati", che non trovano lavoro e, se lo trovano, è comunque difficile chiamarlo "lavoro" (oltre a non permettere loro di fare progetti, si tratta di forme di sfruttamento e abusi talvolta perfino legalizzati rispetto ai quali neppure il sindacato interviene).
Sa il dottor Cazzullo quanti adolescenti, giovani e anche over 30 scambierebbero volentieri i loro "privilegi" generazionali con quelli che abbiamo avuto noi (anch'io)? Crede davvero il dottor Cazzullo che ci siano persone che non scambierebbero Facebook, e tutte le altre amenità social del XXI secolo, con una certa stabilità economica e prospettive concrete di crescita? Si guardi intorno; anche nell'azienda dove lavora ce ne sono.
Cazzullo dice anche che un tempo il collegamento fra le generazioni era solido. Certo che lo era; in molti casi lo è anche oggi, ma in altre forme. Quanti sono, per esempio, i genitori o i nonni che aiutano economicamente figli e nipoti precari?
E' senz'altro vero che ci sono anche giovani viziati, tendenti a bighellonare e a lamentarsi. Ma, per favore, basta con le generalizzazioni, basta con il solito libro (non è il primo a sostenere questa tesi) che ha lo scopo di scaricare la coscienza di chi (la politica soprattutto) è stato incapace di dare alle nuove generazioni quel che era delle nuove generazioni.
Un'ultima osservazione: francamente non si può dire ai "figli del piagnisteo" che la loro Italia è meglio della nostra. Premesso che molti "figli del piagnisteo" sgobbano nei call center, c'è una contraddizione nel sostenere questo. Nel capitolo anticipato si dice infatti che i giovani di oggi hanno, che lusso!, gadget tecnologici, mille canali tv, voli low cost e fast food mentre noi, poveretti!, avevamo lavoro, stabilità e futuro. Qual è la vera ricchezza?
Al dottor Cazzullo suggerirei di leggere il libro, molto documentato, di Serena Zoli, ex redatttrice del Corriere della Sera, che in tempi non sospetti ha scritto La generazione fortunata (Longanesi, 2005), saggio sociologico "sullo speciale destino toccato a chi è nato fra il 1935 e il 1955". Quel che la Zoli ha indagato otto anni fa vale ancora oggi.



venerdì 11 ottobre 2013

Chi è disoccupato? Chi è occupato?

Recentemente Tiziano Treu, ex ministro del Lavoro (governi Dini, 1995, e Prodi, 1996), a proposito dell'alto tasso (oltre 40%) di disoccupazione giovanile,  ha dichiarato al Corriere della Sera che peró "non si possono considerare disoccupati i giovani in età scolare assimilandoli a chi lavora o comunque cerca un impiego". Giusto.
Allora, secondo me, non si possono considerare occupati i giovani e i non più giovani (soprattutto quelli della cosiddetta - da Monti - "generazione perduta", quella degli over 30/40) che lavorano solo nella precarietà. Saranno mica veri posti di lavoro quelli....

Ma dov'è Gianfranco Fini?

Ma dov'è Gianfranco Fini? Il cofirmatario, insieme a Bossi, della legge di cui, dopo l'ultimo naufragio di una carretta del mare nelle acque di Lampedusa (312 morti, una cinquantina di dispersi) molti italiani chiedono modifiche o l'abrogazione, latita, non viene intervistato, non parla nonostante in questi giorni il suo nome venga citato in abbondanza da giornali e televisioni.
Quella legge (2002), fortemente voluta dall'ex segretario di Alleanza Nazionale e dal segretario della Lega Nord, che prevedeva respingimenti, espulsioni e altre restrizioni per i migranti irregolari, è stata poi rafforzata con l'approvazione (2009) del "pacchetto sicurezza" firmato Maroni, ministro dell'Interno, che introduceva il reato di immigrazione clandestina.
L'opinione dei leghisti in merito a queste norme è tristemente ben nota e non è mai cambiata. E Fini? Che cosa ne pensa oggi Fini? Dico oggi perché da allora il percorso politico di Fini ha subìto qualche turbolenza e si è fatto più confuso; è lecito quindi pensare che la sua opinione non possa più essere  esattamente quella di un tempo. Ma lui non parla e si sottrae alle interviste. Perché?
Perché sta scrivendo un libro. C'è da aspettarsi che, in concomitanza con l'uscita di questo libro, Fini parli finalmente e, nel dire la sua verità, riveli anche qualche altro aspetto della vita politica italiana interessante per noi cittadini. Anche, per esempio, se oggi firmerebbe ancora una legge come quella.

giovedì 3 ottobre 2013

Lacrime di coccodrillo sui morti di Lampedusa

Ma quanti sono i morti dell'immane tragedia di Lampedusa? La politica ha manifestato subito dolore e solidarietà, ha svelato ipocrisia e incapacità, parole, parole, di fronte allo strazio di donne, bambini, uomini in fuga dalla guerra e dalla disperazione, che invece di trovare una speranza per il futuro sono finiti in fondo al mare, profughi con diritto d'asilo che non sono riusciti a raggiungere la costa accogliente di Lampedusa o della Sicilia
La voce di papa Francesco si è levata ancora alta: "Vergogna!".
Giusi Nicolini, sindaco di Lampedusa, non ha mai smesso di chiedere attenzione, risorse e umanità, tanta umanità, per i fuggitivi; insieme ai suoi coraggiosi e generosi concittadini si è prodigata e  ancora si prodiga senza sosta per aiutare i pochi che sono riusciti a salvarsi dalla morte e i molti che sono stati strappati alla morte. Dalla politica finora ha ottenuto poco, niente rispetto alle necessità. Dove sono finite le promesse del premier Berlusconi ("Io sono lampedusano!") e tutte le sue fantasmagoriche idee di rilancio turistico dell'isola? E la proposta di assegnare il Nobel per la pace a Lampedusa e ai suoi abitanti?
Grazie al reato di clandestinità (una vergogna della legge italiana. Complimenti Maroni!) i comandanti dei pescherecci che prestassero soccorso alle persone pigiate una sull'altra su barconi che non si sa come talvolta restino a galla, devono essere perseguiti per favoreggiamento della clandestinità. Come dire: se vedi una carretta del mare piena di profughi, situazione di evidente pericolo di vita, tira dritto e lasciali affondare nel loro destino.
Ha detto Cinzia Colombo, presidente del Naga (associazione di volontariato laica e apartitica nata per promuovere e tutelare i diritti di tutti i cittadini stranieri irregolari, regolari e nomadi): "Si attribuisce la responsabilità delle morti in mare agli scafisti, alle condizioni atmosferiche, al caso; la responsabilità è invece dei Paesi europei, della politica dei respingimenti, della mancata accoglienza. Il mondo cambia: la crisi economica incide profondamente sull'immigrazione riducendo gli ingressi e facendo aumentare gli spostamenti interni e i rientri. I Paesi sulle coste africane del Mediterraneo vivono sconvolgimenti politici e sociali. Ma la risposta europea rimane sempre la stessa: rafforzare la Fortezza Europa. Una fortezza sempre più vecchia che cerca di conservare, chiudendosi, un passato e una presunta identità in disfacimento, senza nuove idee per affrontare la realtà e tantomeno il futuro. O si troverà una soluzione politica per affrontare quella che non è un'emergenza, ma un fenomeno del presente, o le morti in mare continueranno, come le lacrime di coccodrillo".

martedì 10 settembre 2013

Anche la precarietà è una catena che ci blocca

Caro presidente Letta, durante i recenti incontri al Workshop Ambrosetti di Cernobbio lei ha fatto, tra le altre, una dichiarazione che mi ha colpito molto: "La mia missione è rompere le catene che bloccano l'Italia". E subito dopo, annunciando il decreto legge sulla scuola, è stato esplicito nel sostenere che il rilancio del nostro Paese discende dal rilancio dell'istruzione. Ben detto. Vorrei dire tra non molto: ben fatto.
Sappiamo bene che le sorti del suo governo sono legate ai capricci di un pregiudicato che da vent'anni tiene in ostaggio le vite della stragrande maggioranza degli italiani (chi non l'ha votato e chi si è astenuto). Ma fin che il suo governo ha un filo di respiro si impegni seriamente anche su un altro fronte fondamentale per la nostra ripresa, quello del lavoro.
L'attuale sistema-lavoro è quanto di più pasticciato esista. C'è un'infinità di contratti o simil-contratti, cui improvvidamente il suo governo ha aggiunto anche quelli Expo (ce n'era proprio bisogno? Non potevano bastare, allo scopo, i contratti a progetto? L'Expo non è forse un grandissimo progetto cui far fronte, per le esigenze occupazionali, con il contratto propriamente detto "a progetto"?).
Lei lo sa che c'è una generazione che il suo predecessore, senza neppure quell'espressione un po' snob che gli era solita, di lieve disappunto o insofferenza per certi temi fastidiosi come una mosca, ha oggettivamente e scientificamente definito "perduta"? Come a dire, beh, ci sono alcuni milioni di cittadini italiani sfruttati, precari e abusati sul lavoro perché sono nati in anni sbagliati, pazienza.
Ho letto che ci sarebbe un programma di stabilizzazione dei precari della Pubblica Amministrazione. E gli altri? Certo, alla regolarizzazione degli altri dovrebbero pensare le aziende che ne abusano. Ma quando mai lo faranno se governo e sindacati continuano a ignorare il problema oppure, quando non lo ignorano, ne peggiorano la situazione con accordi e interventi normativi improntati a una "stabile precarietà" che certa classe politica e imprenditoriale chiama "flessibilità"?

venerdì 16 agosto 2013

Monterosso, un territorio da amare di più

In copertina l'irriconoscibile volto, distrutto e coperto di fango, di una statua della Madonna sfrattata dalla chiesa parrocchiale a causa della violenza dell'acqua. All'interno le foto della drammatica alluvione che ha sconvolto Monterosso nel pomeriggio del 25 ottobre 2011. Il libro si intitola MonterossoA(l)mare (gioco di parole un po' complicato che coniuga il nome del comune, Monterosso al Mare, con il verbo "amare" e con l'espressione "a mare" nel significato di "buttar via qualcosa"), dichiarazione d'amore gridata e sconsolata dell'autrice, Miriam Rossignoli, per la sua terra meravigliosa, amatissima e poco rispettata. Miriam, designer per formazione, è fotografa per passione e con una spiccata sensibilità per temi ambientali e sociali.
Il libro è una cronaca fotografica dei giorni dell'alluvione e poi del periodo della ricostruzione di Monterosso con uno sguardo finale sul territorio "sospeso tra fragilità e bellezza", come dice il sottotitolo, delle Cinque Terre, le sue peculiarità morfologiche, l'intervento conservativo dell'uomo con i terrazzamenti e i muretti a secco, le coltivazioni, ma anche la trascuratezza o addirittura l'abbandono.
Prima di andare in stampa il libro è stato aggiornato con una pagina dedicata alla ferita più recente di Monterosso: la frana che la notte del 21 marzo 2013 ha travolto il muraglione storico del convento dei frati cappuccini alla cui ricostruzione, senza contributi pubblici ma grazie soprattutto ai monterossini e ad aiuti venuti da fuori, si sta lavorando da maggio.
Dal libro di Miriam Rossignoli emerge con forza il profondo sentimento di appartenenza dell'autrice al suo luogo natale nonostante diversi anni della sua formazione trascorsi in Olanda (patria di sua madre) per ragioni di studio, attaccamento invece proprio alimentato e consolidato da quella lontananza, richiamo dolce e amaro alle proprie radici.
Di grande interesse anche la rievocazione della precedente alluvione di Monterosso (ottobre 1966) con articoli e immagini in bianco e nero tratte dalle cronache dei giornali di allora.
Il libro, pubblicato da Edizioni Giacché (La Spezia 0187 23212), è in vendita a 20 euro nelle librerie e su www.ibs.it

venerdì 9 agosto 2013

"U parrinu": storia di un'amicizia ritrovata

Tra poco più di un mese saranno vent'anni dall'assassinio di don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, uno dei quartieri più degradati di Palermo. A Brancaccio dominavano allora i fratelli Graviano, famiglia mafiosa cui la presenza di quel piccolo prete dava molto fastidio. La "colpa" di don Pino era stata quella di strappare i ragazzi dalla strada, accoglierli per insegnare loro a crescere nella legalità sottraendo così manovalanza al crimine organizzato. I Graviano decisero la sua morte. Don Pino, per il suo martirio, è stato beatificato il 25 maggio scorso.
Poche righe per sintetizzare la storia grande e coraggiosa di don Puglisi, una testimonianza stroncata con la violenza, una storia che ha lasciato un segno profondo nelle coscienze di molti italiani e in particolare in quella di un attore, Christian Di Domenico, 44 anni, che ha deciso di portarla sul palcoscenico con un monologo intitolato U parrinu (Il prete), presentato in anteprima sul molo di Monterosso (Cinque Terre) il 5 agosto, in una serata a beneficio della raccolta fondi per riparare la frana che ha colpito il locale convento dei Cappuccini (vedi post del 4 luglio scorso).
Sembrerebbe una rappresentazione di teatro civile, come quelle importanti cui ci hanno abituato artisti famosi (Dario Fo, Marco Paolini, Laura Curino, Ascanio Celestini), spinti dal proprio impegno personale a raccontare personaggi e vicende del nostro Paese che non dovrebbero mai cadere nell'oblio. Nel racconto di Di Domenico c'è però qualcosa di più. C'è una parte della sua vita, c'è la sua storia personale con il protagonista del suo racconto: don Pino Puglisi.
C'è il rimorso per non aver chiesto scusa a don Pino, per essersi negato al suo affetto da un certo momento della sua vita in poi. Fin da piccolo Christian aveva potuto godere di un rapporto speciale con don Pino grazie a sua mamma, siciliana, da sempre grande amica del sacerdote. Don Pino era diventato così per Christian una presenza importante e assidua, che lo accompagnava anche nella crescita rispondendo alle domande più intime di un ragazzino che cresceva; talvolta avevano passato anche le vacanze insieme.
La loro amicizia si spezzò bruscamente quando, in seguito a un rimprovero del sacerdote, Christian si stizzì e si arrabbiò così tanto da troncare ogni rapporto con don Pino, rifiutandosi perfino di salutarlo quando il sacerdote telefonava a casa. Il suo era un gesto di ribellione frequente nei giovani, ma Christian allora non sapeva che quel gesto gli avrebbe procurato un grande senso di colpa. Lo capì la sera del 15 settembre 1993, quando gli arrivò la notizia che don Puglisi era stato "giustiziato" con un colpo alla nuca da due killer al soldo dei fratelli Graviano. Don Pino era morto senza che lui avesse potuto chiedergli scusa.
Portare la storia della loro amicizia in teatro, raccontarla con ricchezza di aneddoti e particolari anche personali è stato per Christian Di Domenico il miglior modo per scusarsi con l'amico don Pino, per chiudere col ricordo di quell'episodio sgradevole, per elaborare quel rimorso. La narrazione risente un po', soprattutto all'inizio, della "fatica" di Di Domenico nell'affrontare in pubblico un dolore così grande e così privato. Ma è proprio questo l'elemento in più sulla scena: la condivisione del proprio dolore con altri, la loro partecipazione, aiuta quella ferita a rimarginarsi.
Nel prossimo autunno-inverno il monologo U parrinu andrà in scena in diversi teatri. Il 9 febbraio 2014 appuntamento al Teatro di Ringhiera di Milano.


venerdì 2 agosto 2013

Ci vuole un'altra sentenza per il politico Berlusconi

"Il conflitto d'interessi dell'imprenditore che si è fatto politico ha pagato così il suo prezzo più alto: è infatti il suo agire di imprenditore che è stato sanzionato dal giudice, nella convinzione che sia proseguito anche mentre sedeva a Palazzo Chigi".
A prima vista questa frase dell'editoriale del Corriere della Sera di oggi,  intitolato"Siate seri, tutti" e firmato da Antonio Polito, mi ha fatto fare un balzo sulla sedia. La fretta di conoscere, oltre alla cronaca della condanna, anche le analisi degli opinionisti, mi aveva indotto in errore e avevo letto "...il suo agire da imprenditore anziché ....di imprenditore", come invece dice il testo. Se così fosse stato tutti gli imprenditori onesti (voglio credere che ce ne siano) sarebbero dovuti insorgere.
Ma anche la lettura corretta di questa frase provoca indignazione perché sottolinea, come se ce ne fosse stato bisogno, l'esistenza di un conflitto di interessi colossale, fintamente disciplinato (legge Frattini, 2004) e nei fatti bellamente ignorato. Ciò che ha permesso a Berlusconi di governare (i risultati sono sotto gli occhi di tutti, tranne che dei suoi fan) e al tempo stesso di frodare il fisco, cioè i cittadini italiani.
La sentenza definitiva della Cassazione ha condannato l'imprenditore Berlusconi. Per una condanna del politico (sonora sconfitta elettorale) che in quasi vent'anni ha portato il Paese sull'orlo della bancarotta, dobbiamo ancora aspettare. Speriamo non molto.

Nuovi orizzonti dalla condanna di S.B.

Stanotte ho dormito benissimo. Se il sonno può essere ottimista, il mio di stanotte è stato pieno di nuove, fresche aspettative. Berlusconi condannato definitivamente.
Anche il risveglio di questa mattina mi ha portato speranze che avevo quasi archiviato. 
Perfino la certezza che il cavaliere verrà santificato come martire non mi scalfisce più di tanto. 
Ogni tanto la giustizia dà segni di esistere. Accogliamo con fiducia questi segni.

venerdì 26 luglio 2013

Evadere per sopravvivere è illecito ma succede

Non capisco il polemico rumore nato per la dichiarazione di Stefano Fassina, Pd, viceministro per l'Economia quando ha detto: "Esiste l'evasione fiscale di sopravvivenza".
E' ipocrita scandalizzarsi per quel che ha detto Fassina. Qualcuno ha voluto equivocare e scambiare le sue parole come uno stimolo a evadere le tasse. Falso. Fassina è stato chiaro: ha parlato di una realtà esistente, non ha detto che quella realtà è buona (cosa che avrebbe giustificato le proteste generali, Pdl escluso memore di quando Berlusconi, lui sì, aveva incitato a evadere il fisco).
In questa estate, dove ogni pretesto è buono per far perdere di vista i problemi veri del Paese, ci si attacca anche a questo.

mercoledì 24 luglio 2013

Più flessibilità per l'Expo. Domani più precarietà

E così il "contratto Expo" è passato. Tutti contenti (imprenditori, governo, comune di Milano, sindacato) d'aver inventato un altro contratto superflessibile. Un contratto pilota, hanno detto, da sperimentare per l'Expo 2015 così che in futuro possa essere applicato a tutti i "grandi eventi". Ma chi vogliono prendere in giro? C'è da giurare che questo contratto resterà anche a Expo finita e andrà ad alimentare ulteriormente la precarietà del lavoro.
Ce n'era proprio bisogno? Ma tra gli attuali contratti di lavoro non c'è forse il "contratto a progetto"? E che cosa è più progetto dell'Expo?
Il fatto è che i "contratti a progetto", rinnovabili all'infinito, ormai hanno sostituito alla grande i contratti a tempo indeterminato e tutti fanno finta di non saperlo.

mercoledì 17 luglio 2013

Addio molto triste a "L'Europeo"

L'Europeo è morto per la seconda volta. La mitica testata che ha avuto un ruolo di primo piano nella storia del giornalismo italiano è tra quelle (con A, Bravacasa, Max, Yacht&Sail) che RCS Periodici ha purtroppo deciso di chiudere. Un caro e solidale saluto ai miei colleghi della redazione che con la chiusura de L'Europeo hanno perso il lavoro.
E' a L'Europeo e alle grandi firme dei suoi inviati che devo, fin da ragazzina, la nascita di una grande passione per i giornali fino a trasformarla nel mio lavoro da grande.
In prima linea nel raccontare la politica, la cultura, i grandi mutamenti sociali nel nostro Paese, il settimanale L'Europeo fondato nel 1945 da Arrigo Benedetti è vissuto, sia pure con fortune alterne, fino al 1995 raccontando con un'informazione di qualità, fatta soprattutto di grandi inchieste, la rinascita del dopoguerra, il miracolo economico, gli incredibili anni '60 in cui tutto era possibile e ogni sogno realizzabile (fu allora che conobbi L'Europeo), terminati con la bomba di piazza Fontana a Milano; i difficili anni '70 con la contestazione, gli scioperi, le manifestazioni contro la guerra in Vietnam e anche le lotte per i diritti civili e l'emancipazione delle donne; poi, anni '80, la perdita della coscienza del "collettivo" e l'inizio di un nuovo individualismo, gli anni dell'"edonismo reaganiano"; infine gli anni '90 con Tangentopoli e la "discesa in campo" di Berlusconi.
Una cavalcata interrotta nel febbraio 1995 con la sospensione delle pubblicazioni e un arrivederci. "Già, perché non è finita qui", concludeva allora l'editoriale del direttore Daniele Protti.
Infatti, con  la nuova formula di una rivista monografica trimestrale, bimestrale, poi mensile, dedicata alla rivisitazione della storia passata per raccontare l'oggi, L'Europeo, sempre diretto da Protti (che ringrazio per avermi allora chiamata in squadra) riapparve nelle edicole nel 2001. Il ricchissimo archivio di reportage e articoli scritti per il vecchio Europeo settimanale da Tommaso Besozzi, Giorgio Bocca, Oriana Fallaci, Camilla Cederna, Mino Monicelli, Gianni Roghi, Luigi Barzini, Gianfranco Moroldo, Lina Coletti, Alberto Ongaro e molti altri, nonché da collaboratori tra cui Alberto Moravia, Ennio Flaiano, Manlio Cancogni e Anna Maria Ortese poteva rivedere la luce in una nuova veste grafica elegante e ricca di immagini corredata da nuovi testi per attualizzare il tema del numero (cronaca nera, cinema, mafia, musica, emigrazione, America, gli anni '70, il miracolo economico, il design, la Chiesa eccetera).
I 105 numeri de L'Europeo usciti dal 2001 a oggi sono un grande libro di storia, dove la storia è raccontata anche dalla viva voce dei protagonisti che l'hanno fatta e per questo risulta scorrevole, ricca di dettagli, di facile lettura, come un film che ti scorre davanti agli occhi, ma che hai la possibilità di mettere in pausa quando vuoi per soffermarti su qualcosa che ti ha colpito.
Caro Europeo, ho avuto la fortuna di far parte della piccolissima redazione che dodici anni fa ti ha riportato alla luce. E' stata un'esperienza stimolante lavorare per te che eri stato nei miei sogni giovanili e, per di più, avendo tra le mani un materiale tanto prestigioso da rimettere in pagina per i lettori vecchi e soprattutto per la curiosità di molti nuovi.
Mi addolora sapere che l'editore ha deciso un'altra volta di farti morire; e temo che stavolta sia per sempre.
Il direttore Arrigo Benedetti in un editoriale del 1950 scrisse: "I giornali non sono scarpe" per dire che quando le scarpe sono consumate si buttano; dei giornali invece, anche quando vanno al macero, qualcosa (quel che hanno trasmesso) resta.
Il giornale, per Benedetti, non era un prodotto come gli altri. Pensiero che gli editori di oggi, ispirati da altre logiche, certamente non hanno condiviso.

sabato 13 luglio 2013

NO al "contratto di lavoro Expo"

L'occasione è ghiotta, il pretesto è perfetto e così i sostenitori della superflessibilità del lavoro ci riprovano. In vista dell'Expo 2015 gli imprenditori (Confindustria, Abi, Ania, Rete Imprese Italia e Alleanza delle cooperative, cioè tutti), sostenuti dal Pdl, hanno presentato al governo il progetto di un "contratto di lavoro Expo" della durata fino a 36 mesi di lavoro precario senza obbligo di causale né di assumere a fine contratto, cioè con licenziamento finale sicuro. Il presidente della Commissione del Lavoro del Senato, Maurizio Sacconi (nonché ex "ministro della disoccupazione" del governo Berlusconi) è entrato in questa proposta di creare un canale privilegiato per le aziende trasformandolo in un'autostrada e ha chiesto che vengano ulteriormente liberalizzati anche i contratti a chiamata, a progetto e in somministrazione.
Il fronte sindacale è contrario; il Pd, perplesso, sta alla finestra; Palazzo Marino è contrario. Che cosa dirà il governo?
L'Expo, al netto della lentissima partenza del suo progetto, sarà un evento d'importanza capitale per l'intero Paese. La sua riuscita peserà in modo rilevante anche sul rilancio dell'Italia e della nostra economia. Tutti dobbiamo lavorare perché sia un successo.
Ma, per assicurare forza lavoro alle imprese direttamente e indirettamente interessate e a tutto ciò che ruoterà intorno a questo grande evento, è proprio indispensabile creare altra precarietà? Chi pensa che i paletti della legge Fornero abbiano solo provocato mancati rinnovi contrattuali non sa invece che la stessa legge, nei casi in cui prevede, date certe condizioni, la stabilizzazione del lavoratore, continua a essere ignorata. Gli imprenditori hanno già a disposizione diversi strumenti contrattuali per far fronte a una situazione eccezionale e finora ne hanno abusato a piene mani e in modi tali che, misteriosamente, neppure i controlli talvolta riescono a smascherare. Che cosa vogliono ancora? La crisi non c'è solo per loro. Col ricatto della disoccupazione giovanile certe aziende si sentono autorizzate a fare scempio continuo dei diritti. Invece l'Expo è un'opportunità che va sfruttata bene e nell'interesse di tutti, anche quello dei disoccupati giovani e non.

Le colpe del sindacato nel dramma dei periodici Rcs

Colpita e affondata. L'espressione che caratterizza le mosse vincenti del gioco della battaglia navale si adatta benissimo alla battaglia per la sopravvivenza di Rcs Periodici, ma per registrare una sonora sconfitta.
Da ieri sera, dopo una drammatica assemblea sindacale, il settimanale A, i mensili Bravacasa, L'Europeo, Yacht&Sail, Max, hanno cessato le pubblicazioni, 47 redattori sono stati messi in cassa integrazione straordinaria a zero ore, con integrazione aziendale, fino al 15 febbraio prossimo. Per le altre testate (Novella 2000, Visto, Ok Salute, Astra, polo dell'Enigmistica) è in via di definizione l'acquisto da parte di Prs Mediagroup (Alfredo Bernardini de Pace e Gaddo della Gherardesca) con garanzia occupazionale per due anni. Per l'editoria periodica è un evento simile al crollo dell'impero romano (chissà che cosa ne direbbe il vecchio cumenda Angelo Rizzoli... altri tempi).
Cos'altro si poteva fare?, ha detto a fine assemblea, sconsolata e impotente, la delegazione sindacale (Comitato di redazione Periodici e Associazione lombarda giornalisti) che ha condotto una trattativa durata quattro mesi, cominciata con dei proclami durissimi e terminata in pappa.
Forse non molto, ma certamente altro si poteva almeno tentare di fare. Ma il copione sembrava già scritto e le parti in commedia lo hanno interpretato senza aggiungere alcun guizzo innovativo alla strategia prestabilita.
Perché non denunciare l'azienda per il mancato rispetto di precedenti accordi sui periodici?
Perché non chiedere conto del disastro ai manager che, con disastrose operazioni finanziarie, l'hanno spolpata accaparrandosi però in tempo cospicui bonus in uscita e perfino in entrata (giusto per non perdere l'occasione di avere al proprio servizio cotanti cervelli)?
Perché tenere all'oscuro i lavoratori della strategia sindacale che si stava percorrendo coprendo col silenzio ogni dissenso interno e rifiutando qualsiasi contributo alla discussione della vertenza?
Perché, per paura di perdere il piatto di lenticchie concesso dall'azienda come integrazione alla Cigs, si è preferito perdere tutto?
Prima della votazione finale di ieri sera 40 giornalisti hanno lasciato l'assemblea sindacale per esprimere il loro dissenso. Ma la paura ha vinto.
"Ero tra i 40 che hanno abbandonato l'assemblea", ha detto Letizia Lanati, giornalista di Insieme. "Disgustata da un sindacato che ti mette con le spalle al muro senza nessuna possibilità di discutere o scegliere. Dopo quattro mesi di NO abbiamo detto SI' a tutto: 107 esuberi, cinque testate chiuse e cinque vendute. Abbiamo perso tutti, e io ho perso dei bravissimi colleghi e amici".
Condivido lo sconforto di Letizia: ho passato gran parte della mia vita professionale nelle testate dei periodici Rcs e vissuto altri momenti sindacali molto critici. Ma questa vicenda e' ben più' grave perché significa la morte di cinque testate,  la sopravvivenza incerta di altre cinque, di fatto una vittoria schiacciante dell'azienda. 
E' dura per i miei ex colleghi dover accettare per forza ciò che si ritiene inaccettabile; soprattutto a causa delle modalità con cui è stata gestita questa brutta storia.



mercoledì 10 luglio 2013

A Silvio non piace la giustizia che non perde tempo

Non capisco tutto questo scandalo, da parte di Berlusconi, dei suoi avvocati, del suo partito e dei suoi elettori, riguardo la decisione della Cassazione di emettere la sentenza del processo "diritti tv Mediaset" il prossimo 30 luglio.
I suoi difensori dicono che non hanno tempo per studiare le carte e prepararsi. Senza questa decisione della Cassazione il processo sarebbe andato in prescrizione. "Sono esterrefatto da tanta rapidità", ha dichiarato l'avv. Coppi. E allora? Ci si lamenta sempre che la giustizia è lenta... Per una volta che la giustizia non si perde in lungaggini...

lunedì 8 luglio 2013

Grazie papa Francesco per la lezione di Lampedusa

Papa Francesco a Lampedusa tra isolani e migranti, su quel mare che troppo spesso ha inghiottito vite umane in fuga da guerre e carestie, uomini, donne e bambini in cerca di salvezza e futuro (nella foto, la corona di fiori lanciata in mare dal papa in ricordo di tutti i migranti annegati). Vite umane dimenticate.
Questo suo primo viaggio, le parole che ha detto, le riflessioni che ha suscitato, la semplicità dei comportamenti di papa Francesco hanno dato un forte scrollone a tante coscienze anestetizzate dalla "globalizzazione dell'indifferenza" e ridato a molti cristiani l'orgoglio di sentirsi cristiani.
Grazie papa Francesco.

giovedì 4 luglio 2013

Fra' Renato di Monterosso: dopo la frana il sogno

Il convento dei frati cappuccini, che domina la baia di Monterosso dall'alto del promontorio che separa il vecchio borgo marinaro dalla frazione di Fegina, è uno dei luoghi più belli delle Cinque Terre.
Da lassù, la notte del 22 marzo scorso una grande porzione del muraglione (circa 22 metri di lunghezza e 10 metri di altezza) che cinge l'orto dei frati è franata sulla strada sottostante che collega il centro
storico alla parte più recente del paese.
I danni sono ingenti: per mettere in sicurezza il monte e ricostruire il muraglione ci vorranno circa 500 mila euro. Chi pagherà? Per ora la generosità di tutti quelli (monterossini e non) che hanno voluto, e che vogliono, dare un contributo.
I lavori nel frattempo, resi più difficili dalla posizione alta del convento (a metà tra cielo e mare) sono cominciati, e ogni giorno un elicottero (nella foto), ronzando sopra il convento, cala dall'alto i materiali necessari e porta via i detriti.
Nel convento vive un solo frate, padre Renato, che tiene il convento aperto a tutti. In paese lo conoscono e gli vogliono bene, sempre disponibile all'ascolto; è stato infaticabile durante l'alluvione dell'ottobre 2011 nell'organizzazione dei soccorsi, subito in prima linea per dare una mano in una situazione di drammatica emergenza.
Padre Renato, valtellinese caparbio con grandi doti organizzative, immediatamente si è messo in moto e tanto per cominciare ha acquistato cinque container usati che, disposti in fila uno dopo l'altro con le estremità aperte, hanno formato un tunnel e subito ripristinato almeno il passaggio pedonale tra una zona e l'altra del paese. Messa in sicurezza la collina sono cominciati i lavori per la ricostruzione del muraglione dell'orto. Per raccogliere fondi è scattata una bella gara di solidarietà (concerti, giornate gastronomiche, mercatini e lotterie, sagra dei limoni). Anche i bambini si sono mobilitati con una recita benefica, vendendo disegni, oggettini vari e graziosi sassi marini dipinti (nella foto), ma per ora le risorse raccolte sono una goccia nel mare. Però padre Renato guarda avanti fidando nella Provvidenza e nella generosità di tutti. Tanto che sta già cullando un altro sogno: quello di riempire di aiuti i cinque container che hanno tenuto unito il vecchio e il nuovo borgo di Monterosso e spedirli alle missioni dei cappuccini in Centro Africa.
Riuscirà padre Renato in questa grande impresa? Chi lo conosce dice che può farcela. E io faccio il tifo per lui. Chi volesse inviare un contributo può farlo con un bonifico intestato a:

Frati minori Cappuccini provincia di Genova
Banca Carige, filiale di Monterosso al mare, 19016 (La Spezia)
Iban: IT 38 H061 7549 7900 0000 0199580
causale: Frana Cappuccini di Monterosso

oppure:
Associazione Onlus - San Francesco Maria da Camporosso - Padre Santo
CF: 95129760104 c/c n. 945834 Banca Passadore Genova
Iban: IT54G0333201400000000945834
causale: Frana Cappuccini Monterosso
(è possibile ottenere la detrazione fiscale)





giovedì 27 giugno 2013

La "spending review" gioca col fuoco

Si spera sempre che non accada, ma da anni ormai l'estate è anche la stagione in cui purtroppo vaste aree di boschi vengono distrutte dagli incendi. Provvidenziale diventa allora l'impiego degli aerei Canadair che planano sul mare per fare rifornimento d'acqua e poi la liberano sulle zone in fiamme.
Fino a un paio d'anni fa la nostra Protezione civile poteva contare su 53 velivoli. Quest'anno invece la flotta di Canadair sarà di 14 aerei; di questi, solo uno sarà impiegato sul Nord Italia e avrà base in Liguria.
La spending review gioca con fuoco ma a bruciare non sarà palazzo Chigi.

mercoledì 26 giugno 2013

Quanto fumo negli incentivi per il lavoro

Il decreto sul lavoro del governo Letta è come un bicchiere d'acqua per un malato di cancro. Il malato, dissetato, è ugualmente destinato a morire.
Gli incentivi sperimentali (taglio dei contributi fino a 650 euro al mese per 18 mesi) all'assunzione stabile di giovani d'età compresa tra 18 e 29 anni per una durata di 12 mesi (per contratti preesistenti trasformati in contratti a tempo indeterminato) e di 18 mesi (per nuove assunzioni) dovrebbero interessare circa 200 mila giovani.
Gli aspiranti neoassunti devono rientrare in almeno una di queste categorie: essere senza lavoro retribuito da almeno sei mesi; essere privi di un diploma professionale o di scuola media superiore; devono vivere soli avendo una o più persone a carico.
Il provvedimento prevede anche agevolazioni per chi ha più di 50 anni e per chi è disoccupato da oltre 12 mesi. Altri pannicelli.
Il vicepremier Alfano ha sottolineato con un certo orgoglio che questi provvedimenti sul lavoro e il rinvio di tre mesi dell'aumento dell'Iva sono "altri due gol del governo su tasse e lavoro". Ma che campionato stiamo giocando?
Anche i sindacati hanno giudicato positivamente le misure per il lavoro. Si può stare tranquilli. Soprattutto possono dormire sonni beati i milioni di precari che - meglio precari che disoccupati -  continuano comunque a essere ignorati da tutti: dal governo, per il quale rappresentano, secondo una definizione vergognosa di Mario Monti, "la generazione perduta"; dai sindacati, che mantengono un linguaggio del passato in cui esistono solo i lavoratori dipendenti e i pensionati.
Forse pensano tutti che la precarietà sia stata sconfitta dalla legge Fornero, che ha messo dei paletti, è vero, a taluni contratti, ma il risultato non ha cancellato gli abusi che aveva lo scopo di combattere. Per paradosso il governo sta pensando di modificare la legge Fornero in alcune parti, ovviamente all'insegna dell'"ancor meno regole".



martedì 25 giugno 2013

Berlusconi è troppo vecchio per il carcere

Durissima la sentenza di ieri del tribunale di Milano nel "processo Ruby" che ha condannato Berlusconi a sette anni e interdizione perpetua dai pubblici uffici. Una sentenza di primo grado che comunque dovrà ancora attendere il giudizio dell'appello e della Cassazione. E quand'anche il giudizio finale prevedesse la reclusione, Berlusconi beneficerebbe di una norma del decreto sulle carceri che sta per essere approvato (forse domani) che esclude dalla prigione i condannati "over 70", a meno che siano colpevoli di reati gravissimi.
In questo Paese, dove si va in pensione sempre più tardi, a 70 anni si è già troppo vecchi per andare in carcere.

lunedì 24 giugno 2013

Josefa Idem deve dimettersi

 Credo che Josefa Idem debba dimettersi dall'incarico ministeriale. 
La vicenda delle presunte irregolarità fiscali ed edilizie in cui è incorsa devono essere chiarite e, per farlo, e' indispensabile che lei lasci il ministero delle Pari opportunità.
Spiace davvero che finora la Idem abbia cercato di difendersi dalla gogna mediatica che l'ha investita facendosi scudo col fatto di essere un'atleta e non una commercialista, solo presa nel conseguire i suoi strameritati meriti sportivi e decine di medaglie indossando la maglia azzurra. 
Spiace perché non è il comportamento che tutti quelli che hanno sostenuto il suo impegno in politica si aspettavano da lei. È stata insultata con parole pesantissime da chi usa gli insulti come strumento di battaglia politica; questo le ha fatto molto male ma non deve essere il pretesto per non mollare mettendo in imbarazzo il governo e il suo partito. 
Dopodiché sarebbe opportuno che altrettanta trasparenza fiscale fosse richiesta a chiunque voglia entrare in politica; prima di essere eletto o cooptato in ruoli di pubblico interesse. Non per una sorta di regolamento di conti col caso Idem ma perché questa trasparenza dovrebbe essere un requisito scontato per chi aspira o è chiamato a ricoprire certi ruoli, un elemento di cui neppure parlare.
Se cominciassimo ora a seguire questo criterio per la selezione della classe politica faremmo dimagrire probabilmente e finalmente il numero dei parlamentari e dei membri dei consigli e delle giunte degli enti locali.
Però adesso è meglio che Josefa Idem si dimetta. Lo dico con la stessa convinzione con cui avevo accolto la notizia della sua nomina a ministro. 

giovedì 13 giugno 2013

"Senza lavoro il Paese non si salva". Bella scoperta

Il presidente del Consiglio Enrico Letta ieri ha detto: "Se non c'è lavoro il Paese non si salva". Bella scoperta. Ancora uno slogan, ma gli slogan hanno smesso da molto tempo di fare effetto. Ci hanno provato tutti: politici incapaci, imprenditori in buona ma anche in malafede, sindacalisti dalla vista corta.
Da quanti anni si lanciano allarmi sull'occupazione senza che nulla accada? Aziende che chiudono; negozi che abbassano la saracinesca; imprese che delocalizzano; lavoratori di mezza età di colpo senza retribuzione, molti anche senza ammortizzatori sociali; giovani che trovano solo lavori precari o che non ne trovano affatto, altri che hanno smesso di cercare.
Il Paese affonda e, invece di un lanciargli un salvagente, si continua a gridare "aiuto, aiuto, l'Italia sta affondando".
Basta con gli slogan, basta con parole d'ordine vuote che, queste sì, non danno da mangiare.

venerdì 31 maggio 2013

Blitz degli ispettori del lavoro nelle case editrici

Da ieri gli ispettori del lavoro sono impegnati a esaminare la posizione di ogni persona trovata dietro una scrivania o davanti a un computer negli uffici e nelle redazioni di alcune case editrici milanesi (Mondadori, Rcs Libri, Sperling&Kupfer, Piemme). E' la prima grande azione di controllo a tappeto della legalità in un settore dove il precariato è da molti anni l'unica forma di assunzione praticata.
Nelle case editrici italiane  il 90% dei lavoratori è precario: false partite Iva, falsi contratti a progetto e ogni altro escamotage per sfuggire perfino a una normativa discutibile come la legge Fornero, sono stati e vengono messi in atto dalle aziende, creano nuova precarietà e consolidano quella esistente. Questa l'estrema sintesi della recentissima inchiesta "Editoria invisibile" realizzata a livello nazionale dall'Ires Emilia-Romagna per il Sindacato lavoratori della comunicazione (Slc) della Cgil.
Un risultato che non ha stupito gli addetti ai lavori; da anni, nell'indifferenza generale, tutti erano a conoscenza di questa piaga sociale e invano ogni tanto qualcuno aveva invocato l'intervento degli ispettori del lavoro nelle redazioni librarie. L'inchiesta svolta per il sindacato ha il grande merito di aver quantificato finalmente l'entita' degli abusi ai danni dei lavoratori, delle loro famiglie e, per ultimo ma non meno importante, per le casse dell'Inps.
C'è da augurarsi che alla fine di dell'ispezione venga versato alle casse dell'Inps quanto dovuto e ai contratti atipici che si riveleranno falsi venga riconosciuta la natura di contratti di lavoro a tempo indeterminato restituendo così a tutti i lavoratori "abusati" diritti e dignità. 



mercoledì 22 maggio 2013

Caro don Gallo, anche morto sarai sempre vivo

La notizia della morte di don Gallo mi addolora molto. Tra poco leggeremo sui giornali aneddoti, testimonianze, ascolteremo in tivù voci che lo ricordano. Il mio ricordo personale è quello di un incontro (settembre 2008) alla festa dei suoi 80 anni in uno scantinato di Milano dove un gruppo di amici e di ragazzi della sua comunità (San Benedetto al Porto) aveva improvvisato un rinfresco con vino, focaccia genovese e salame. In un'intervista improvvisata rispose con la solita arguzia e vivacità alle domande impertinenti di Claudio Sabelli Fioretti sorprendendo talvolta perfino lo stesso Claudio, il più corrosivo degli intervistatori. Poi si mise a disposizione di chi voleva parlargli, sentirlo più vicino. Avevo un peso sul cuore, glielo ho confidato e le sue parole mi hanno fatto bene.
L'ultima volta invece l'ho ascoltato a Manarola, estate 2011, in un bellissima serata di luna d'agosto. Seduti per terra sulla calata a mare, tra barche, remi e reti di pescatori, noi che eravamo lì per lui da qualche ora (arrivò con molto ritardo, su e giù per i tornanti delle Cinque Terre, ma seppe farsi subito perdonare con una battuta; durante il viaggio in auto stava ascoltando un notiziario che veniva sempre disturbato dalle interferenze dalla potente frequenza di Radio Maria: "Belìn", disse, "non sapevo che la Madonna parlasse in una radio!"), noi, dicevo, eravamo affascinati dai suoi racconti e attratti dal suo sottolineare il primato della coscienza sulla fede, dal suo operare, instancabile, in favore degli ultimi, degli emarginati, dei "diversi", dei giovani. Proprio ai giovani ha poi dedicato uno dei suoi ultimi libri, Non uccidete il futuro dei giovani (Dalai 2011) in cui, consapevole del dramma delle nuove generazioni allo sbando, denuncia la finanza che ha distrutto l'industria e umiliato il lavoro e non esita a esortare più volte: "Giovani, incazzatevi!".
Un prete scomodo, spesso in contrasto con le gerarchie ecclesiastiche, uno che andava solo "in direzione ostinata e contraria", un prete "da marciapiede" oppure un prete "angelicamente anarchico", come gli piaceva definirsi. La sua Chiesa non era quella dello sfarzo delle grandi liturgie, dei troni e del potere, la sua chiesa era impregnata di umanità, era quella del popolo. Un prete di cui si sente già la mancanza.
Caro don Gallo, non dimenticherò mai il tuo insegnamento: "Le mie bussole sono due. Come partigiano e come essere dotato di una coscienza civile la mia prima bussola è la Costituzione. Come cristiano, la mia bussola è il Vangelo". Memorabile quando ha cantato "Bella ciao" nella sua chiesa. Ne ho appena rivisto il video e ho provato un'emozione ancora più forte della prima volta.
Nel suo libro Così in terra come in cielo (Mondadori 2010) don Andrea Gallo ha scritto: "Avete paura della morte? Io sì, tanta. Ma è misteriosamente la nostra strada. La morte è dura separazione ma fa parte del percorso verso il nuovo, è una trasformazione, un'esplorazione. E i defunti sono invisibili, ma non assenti.
Certo, se mi venisse concessa una proroga sarei contento......".
La proroga, caro don Gallo, non è arrivata, ma adesso che sei proprio vicino a Gesù, forse hai più possibilita' di farti ascoltare, magari riesci a essere più convincente. Chissà mai.....

giovedì 16 maggio 2013

Morti sul lavoro: dire basta non basta

Ieri sono stati celebrati i funerali delle otto vittime (la nona è ancora dispersa) dell'incidente nel porto di Genova. Davanti al presidente Napolitano il cardinale Bagnasco ha lanciato un monito al quale purtroppo ci stiamo abituando: "Tragedie come questa non devono più accadere". "Si faccia giustizia" è invece l'appello accorato di chi resta. Mai parole come queste vengono regolarmente così disattese.
Chi non ricorda i morti dell'acciaieria ThyssenKrupp? O quelli della raffineria Saras? O quelli, anonimi, che ogni giorno lasciano la vita ai piedi di un'impalcatura o in un ingranaggio? Le statistiche dicono che in Italia ci sono ogni giorno tre/quattro morti sul lavoro. Le tragedie si ripetono e giustizia non è mai fatta.
Si perde la vita sul lavoro in un Paese dove le norme di sicurezza non sono sempre rispettate e, a maggior ragione, nei Paesi dove norme di sicurezza non ce ne sono in nome del profitto selvaggio. Negli ultimi giorni anche la globalizzazione ha mietuto tante vite umane. Le 1.127 vittime di Dacca (Bangladesh) travolte dal crollo dell'edificio di un'industria tessile dove cucivano low cost capi d'abbigliamento per le multinazionali (anche la Benetton coinvolta a causa, ha spiegato l'azienda italiana, di un fornitore che aveva subappaltato il lavoro) che così potevano aumentare i loro profitti. E' di ieri la notizia del crollo in Cambogia di una fabbrica di scarpe da esportare in Europa e negli Stati Uniti: i morti per adesso sono sei.
Solo una politica globale di crescita nell'equità sociale potrebbe porre almeno un freno agli incidenti mortali. Forse è il momento di aprire un grande dibattito sulla responsabilità sociale delle imprese che offra non solo affascinanti teorie ma soprattutto soluzioni concrete e un nuovo modello di sviluppo.



mercoledì 8 maggio 2013

La mancanza di lavoro uccide nell'indifferenza

Un trafiletto di 19 righe in cronaca e un titolo che in sintesi svela tutta la tragicità della notizia: "Rimasto senza lavoro si impicca in garage". Ci vuole un occhio allenato per scorgere tra le "brevi" del Corriere della Sera di ieri l'ennesima  notizia dell'ennesimo suicidio (stavolta la vittima è T. R. un 44enne di Zeccone (Pavia), sposato, due figlie), dovuto alla perdita del lavoro e alla conseguente impossibilità di far fronte alle esigenze primarie della famiglia. Un dramma della disperazione vissuto mettendo in gioco la propria vita, e perdendola, mentre si sa che i responsabili non pagheranno mai.
Ci si abitua a tutto, anche alla morte incivile di un padre di famiglia, notizia relegata nelle pagine regionali, mentre dovrebbe occupare tutta la prima pagina e ogni cittadino onesto dovrebbe gridare allo scandalo con tutta la voce che ha.
Quanti lavoratori dovranno ancora morire prima che il governo si occupi, seriamente, concretamente e con equità, della più grave emergenza  del nostro Paese? Rilancio dell'economia e lavoro, lavoro e rilancio, questi devono essere gli obiettivi più immediati. Quanti dovranno ancora pagare, nell'indifferenza più totale, il prezzo altissimo di una crisi che, impotenti, hanno dovuto subire mentre chi aveva il potere si trastullava con giochi e giochini, accordi palesi o sottobanco di spartizione di posti ben remunerati nella pubblica amministrazione, schermaglie di una continua e stucchevole campagna elettorale, avendo come unico obiettivo l'abolizione incondizionata dell'Imu? Oppure mentre molti altri cittadini, disonesti, continuavano a mandare i loro capitali in sicuri forzieri all'estero evadendo le tasse? Queste morti indegne di un Paese civile in uno Stato di diritto non avranno mai giustizia. Almeno che non siano morti inutili. 

giovedì 2 maggio 2013

Caro Letta, nel lavoro l'unica rigidità è la precarietà

Ieri, primo maggio, festa dei lavoratori, il presidente Letta ha pensato bene di dare l'ennesimo colpo ai precari. Enrico Letta, tra una breve pausa e l'altra del suo tour europeo Berlino-Parigi-Bruxelles, invece di dare una speranza a chi vive nel precariato da quando ha iniziato a lavorare, magari da anni, da sempre, e a chi si affaccia adesso per la prima volta al mondo del lavoro, ha detto che bisogna eliminare le rigidità della legge Fornero per aumentare la flessibilità, soprattutto nei contratti a termine.
"Ci sono alcuni punti della legge Fornero che, in questa fase recessiva, stanno creando dei problemi", ha spiegato Letta.
Lungi da me l'idea di difendere la nefasta legge Fornero, di quale rigidità parla Enrico Letta? Si sa, per esempio, che le aziende, oltre alle nuove regole sui contratti a tempo determinato cui si riferisce Letta, non hanno mai digerito anche il risibile aumento del costo del lavoro dei contratti atipici voluto, pure questo, dalla Fornero per scoraggiare la precarietà (mai pensato eh, di scoraggiare la precarietà attuando rigoroso controlli nelle aziende che la praticano con assoluta arroganza?); aumento che non ha centrato questo obiettivo e invece ha provocato il contrario, cioè una serie di licenziamenti da parte delle aziende che ritenevano questo ritocco insopportabile e l'assoluta indifferenza di altre che hanno continuato comunque ad applicare e a rinnovare imperterrite contratti fuorilegge.
Nel lavoro la rigidità più dannosa e presente nell'ampia gamma di contratti, caro presidente Letta, è quella che inchioda milioni di lavoratori a una "stabile precarietà". Altro che flessibilità (sulla quale, se si rispettassero le regole, ci sarebbe nulla da dire)!
Qualcuno dirà che il lavoro non c'è, la disoccupazione aumenta, e non è il caso di andare tanto per il sottile; allora si governi con più coraggio se non si vuole che scoppi una devastante bomba sociale. Troppo facile prendersela con i soliti che non hanno voce.

martedì 30 aprile 2013

Giovani precari, fate come Beatrice Lorenzin

Una buona notizia per tutti i giovani, anche senza uno straccio di laurea e ovviamente neppure una specializzazione. Avete mai pensato di entrare in politica? Se lo fate adesso anche voi potrete diventare ministri; basta che abbiate un aspetto piacevole, la chiacchiera facile, che vi dedichiate allo studio come uno studente che punta alla sufficienza ed è fatta.
Un esempio? Il neoministro per la Salute, Beatrice Lorenzin. Dalla maturità classica a uno dei dicasteri più delicati e complessi. Date un'occhiata al suo curriculum.
E voi, 25/30enni laureati con 110 e lode e magari plurimasterizzati e col dottorato all'estero in prestigiose università smettetela di lamentarvi con lettere ai giornali perché non trovate lavoro e siete obbligati a scappare all'estero. Avete sbagliato, basta con la necessità di un percorso formativo solido, ben strutturato e specializzato (nonché molto costoso). Non serve, così finirete per fare solo gli operatori di call center o i pizzaioli. Invece col minimo di studi potrete raggiungere obiettivi importanti come fare i ministri della Repubblica.
C'è speranza per tutti (e lo dico senza ironia dal momento che sappiamo bene che avere una laurea non è un attestato di eccellenza e talvolta neppure di capacità). Certo, per guidare un dicastero come quello della Sanità sarebbe stato opportuno avere qualche competenza in più oltre l'aspirina e l'apparecchietto per raddrizzare i denti che Beatrice Lorenzin ha portato con giusta disinvoltura fino all'anno scorso.

Il lavoro nell'agenda Letta: insufficiente

Il neopresidente del Consiglio Enrico Letta ha annunciato l'agenda fittissima, e ambiziosa, del suo governo. Diciotto mesi (altrimenti Letta ne trarrà le debite conseguenze, cioè si dimetterà) per fare ciò che non è stato fatto in vent'anni. Spero che ci riesca, ma ho molti fondati dubbi.
Priorità al lavoro, ha annunciato Letta nel suo discorso ieri alla Camera. Certo, dipende come. Perché se si pensa di eliminare giustamente una legge strombazzata e inutile come quella della Fornero, ma l'obiettivo è, come sembra, quello di aumentare la flessibilità in entrata lasciando che le aziende continuino imperterrite a commettere abusi su abusi (falsi contratti a progetto e false partite Iva), non ci siamo. E poi, che cosa vuol dire diminuire il costo del lavoro per i giovani neoassunti? Intanto intendiamoci sul termine; da troppi anni si parla di giovani (molti dei quali nel frattempo sono già invecchiati) in questo caso anche neoassunti. Neoassunti? Forse si intendeva chi aspira all'assunzione. Qual è infatti l'imprenditore che negli ultimi tempi ha assunto dei giovani, nel vero senso della parola "assunzione"? A meno che per assunzione non si intenda la truffa dei contratti precari. Perché non si è parlato invece di stabilizzazione dei lavoratori precari e di efficaci controlli nelle aziende che, con la complicità della crisi come facile pretesto, remano contro i giovani? Quest'ultimo sarebbe un deterrente forse più efficace della riduzione del cuneo fiscale, questa sì un incentivo per chi vuole assumere ex novo un giovane.

domenica 28 aprile 2013

Governo Letta per forza e per amore

Mi è venuto il magone. Come quando ti ritrovi impotente davanti a ingiustizie, disuguaglianze, violenze e vorresti rovesciare il mondo ma poi ti accorgi che tanto non ce la fai. Guardo la foto-ricordo dei ministri del governo di Enrico Letta e penso che la sinistra per palese incapacità ha perso l'occasione per dare finalmente al Paese un governo anche attento ai problemi sociali.
Ho apprezzato la presenza di alcune sorprese eccellenti tra le new entries; cito soprattutto tre donne: Maria Chiara Carrozza, rettore della Scuola superiore Sant'Anna di Pisa, fisico e bioingegnere con un curriculum prestigiosissimo - in alto - al ministero dell'Istruzione, università e ricerca; Cécile Kyenge, medico oculista, esperta di cooperazione internazionale e immigrazione - sopra - al ministero dell'Integrazione; Josefa Idem, pluricampionessa olimpica impegnata nel sociale - in basso - alle Pari opportunità, politiche giovanili e sport. Tuttavia il magone, la delusione e l'amarezza sono grandi. Anche se mi rendo conto che bisogna dare spazio a una speranza che deve nascere per forza e per amore del nostro Paese.


Certo, per uscire dalla paralisi del Paese ormai non restava che quest'ultima, fragile occasione. Il cerino è bruciato tra le dita di Bersani, vittima ma anche responsabile. Ora Berlusconi, ancora votato da milioni di italiani nonostante il disastro provocato dai suoi governi, gli scandali, i capi d'accusa, comanda il gioco e in qualsiasi momento può staccare la spina al nuovo governo. Sembra un paradosso, ma ci si deve augurare che questo non avvenga, che la strana coppia Pd-Pdl conviva e riesca a lavorare per il bene del Paese, che Enrico Letta riesca quindi nel suo difficilissimo compito. A parte il mio magone.

venerdì 26 aprile 2013

In attesa di un'altra festa della Liberazione

Festeggiare ogni anno il 25 Aprile è ricordare una data fondamentale della nostra storia, un'emozione che si rinnova nel racconto di chi c'è stato e nelle speranze di chi c'è. Purtroppo ieri questa giornata festosa ha coinciso con la somministrazione di una medicina amarissima, un sorta di ultima chance per far ripartire il Paese bloccato da una politica inconcludente che lo ha imprigionato, e soprattutto da una consolidata perdita di fiducia proprio nella classe dirigente.
La medicina è il governo a due facce che sta nascendo, Pd e Pdl insieme, da una parte i democratici dall'altra i "berluscones", l'"inciucio" come ormai viene chiamato con una parola disgustosa.
Per dirla col linguaggio del 25 Aprile, insieme chi ha combattuto per la libertà e chi era dalla parte del nemico, chi voleva ridare dignità a un Paese umiliato da una guerra che non si doveva combattere e chi aveva venduto l'Italia a un disegno criminale.
Quello che nessuno voleva e vuole sta accadendo. E' un delitto contro natura, ma sembra proprio indispensabile. Spero almeno che a entrare nella squadra di questo governo siano, da ambo le parti, facce nuove, nessuna "vecchia volpe" della politica, nessun responsabile dell'attuale sfascio. Riuscirà il tentativo di Enrico Letta. presidente del Consiglio incaricato? Quanto durerà? C'è da augurarsi il minor tempo possibile, solo quello utile per costruire quei provvedimenti che rimettano in moto la vecchia macchina scassata con cui dobbiamo fare la nostra corsa contro certe locomotive europee. Poi si torni alle urne (e ne esca, spero, un Pd rigenerato e unito).
Per una nuova Festa della Liberazione dobbiamo ancora aspettare.

lunedì 22 aprile 2013

Onorevoli, al lavoro!

Il presidente Napolitano, insediandosi per la seconda volta al Quirinale, ha sferzato senza risparmio di colpi una classe politica inconcludente, dedita più a giochi e giochini per interessi di partito, da diversi anni assolutamente incapace di fare le riforme fondamentali per il Paese.
Quando si dice che per uscire dalla crisi bisogna che i lavoratori italiani aumentino la produttività se lo ricordino coloro che siedono a Montecitorio e a Palazzo Madama: facciano le benedette leggi necessarie al funzionamento e alla ripresa del Paese, il Parlamento deve produrre buone leggi. Basta perdere tempo.

sabato 20 aprile 2013

Barca, dove sei?

Che cos'altro deve succedere prima che venga eletto il nuovo Presidente della Repubblica? Nel Pd sono prevalsi interessi di bottega: si è sfasciato il partito e con esso le speranze di milioni di italiani che avevano sperato e creduto finalmente in una svolta.
Grande assente in questi giorni di confuso, concitato e drammatico
dibattito Fabrizio Barca, ministro per la Coesione territoriale; assenza probabilmente suggerita dall'attuale ruolo nel governo Monti, ruolo che tuttavia non gli aveva impedito di presentare recentemente il suo manifesto per la rifondazione del maggior partito della sinistra. Riportando con lucidità la barra a sinistra. Barca, dove sei?

venerdì 19 aprile 2013

Tocca a Prodi. Ma perché Rodotà non va bene?

Il terzo scrutinio per l'elezione del Presidente della Repubblica si è appena concluso, com'era prevedibile, con una fumata nera. Forse arriva il turno della candidatura di Romano Prodi. Ma perché Stefano Rodotà non va bene al Pd? Perché l'ha proposto il Movimento 5 Stelle? Sono giochi che il cittadino non capisce. Il profilo del professor Rodotà è ineccepibile per ricoprire il principale ruolo istituzionale.
Stiamo vivendo una situazione politica surreale e questo, per le responsabilità del Pd nel dopo elezioni più farraginoso e critico che si ricordi, è molto pericoloso.
E se qualche volta si ascoltasse il Paese invece del partito?




lunedì 15 aprile 2013

Basta parole. Salvare le Cinque Terre con i fatti

Nei giorni scorsi, dopo aver letto su Repubblica del 31 marzo 2013 un articolo sulle Cinque Terre troppo lontano dalla realtà, quasi uno spot pubblicitario, (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2013/03/31/europea-ecologica-solidale-la-formula-della-rinascita.html) ho scritto al giornale questa lettera. A oggi non ho ricevuto alcuna risposta.
Nella foto, una immagine recente dello stato di degrado e pericolo del sentiero Azzurro che collega Monterosso e Vernazza (da http://www.monterossoliberainformazione.blogspot.it/).

Gentile redazione, l'articolo "Europea, ecologica e solidale è la formula della rinascita del paradiso Cinque Terre" di Massimo Calandri (31 marzo 2013) mi ha colpito per l'estrema superficialità e le inesattezze che contiene.
Conosco le Cinque Terre, e soprattutto Monterosso, che frequento da anni e dove ho passato proprio le recenti feste pasquali. Non so chi ha potuto dire al vostro inviato che nel fine settimana pasquale prenotazioni e presenze sono aumentate del 30 per cento. C'era invece, e si vedeva, un'affluenza più contenuta rispetto ad analoghi periodi degli anni passati.
Il paese di Monterosso era spaccato in due da una frana caduta la notte del 21 marzo e solo venerdì 29 è stato possibile, grazie a un tunnel di fortuna costruito con alcuni container, ripristinare almeno il transito pedonale sulla strada che collega il centro storico alla frazione di Fegina. Un altro evento traumatico per il paese (già duramente colpito dall'alluvione del 25 ottobre 2011) di cui però, a parte il generico riferimento "la terra continua a franare", non si parla nel vostro articolo.
Tre alberghi erano chiusi per scarsità di prenotazioni (a Pasqua!). La pioggia (a parte il giorno di Pasqua) è caduta incessantemente per giorni su un territorio che non riesce più ad assorbirla, che non ne può più d'essere scarsamente difeso, trascurato, maltrattato. Chissà se l'Unesco, che nel 1997 ha inserito le Cinque Terre tra i Patrimoni dell'umanità, sa che il suo patrocinio è servito per lo più ad aumentare l'impatto ambientale su queste terre attirando il turismo "mordi e fuggi", che è ben altro rispetto a un'accoglienza turistica qualificata e accompagnata da un buon livello di servizi.
Dopo l'alluvione del 2011 sono stati fatti sforzi ingenti per riaprire il paese, che infatti a Pasqua dell'anno scorso era tutto ripulito, ristrutturato e pronto per l'imminente stagione turistica.
Ma il problema della fragilità di questo paradiso resta, almeno finché non si mette davvero in sicurezza il territorio con interventi seri (mettere una pezza non basta più) e si adotti una politica del turismo sostenibile.
A quest'ultimo proposito, nello stesso articolo leggo anche l'elenco di tante buone intenzioni che, concretizzate, farebbero rinascere il paradiso naturale delle Cinque Terre. Ho qualche perplessità che ciò avvenga. Ma sarò molto felice se "la svolta epocale e e virtuosa" evocata dal presidente dell'Ente Parco, Vittorio Alessandro, metterà a tacere i miei dubbi.
Grazie per l'attenzione

domenica 14 aprile 2013

Rispondi al quiz, vinci la carta igienica per la scuola

Un concorso a premi con un palio una gita scolastica per tutta la classe? O magari un computer? No, per rifornire di carta igienica molti bagni di scuole italiane. Lo Stato e la pubblica amministrazione dovrebbero sentirsi un po' mortificati.
Imbarazzo? Già passato. In fondo c'è di peggio (scuole senza riscaldamento, con i soffitti che crollano, due classi di alunni in una, eccetera) ed è diventato normale portare a scuola quello che a scuola manca: per esempio, se fossero gessetti nessuno si scandalizzerebbe. Invece la carta igienica fa effetto.
Il concorso Scottquiz indetto dalla Scottex, abile operazione di marketing, è un semplice gioco che fa accumulare punti per vincere un rotolo di carta. Ogni vincitore sceglie poi a quale scuola destinarlo. In questo modo Scottex ha già donato 100 mila rotoli di carta igienica agli scolaretti italiani l'anno scorso e molti di più ne regalerà quest'anno. L'azienda ha comprato mezza pagina sul Corriere della Sera di oggi per comunicare il suo bel gesto.
Povera scuola povera.

Ma il lavoro non era LA priorità?

Quelli che hanno perso il lavoro (disoccupati), quelli che lo stanno perdendo (cassintegrati), quelli che non lo cercano più (inoccupati), quelli con 110 e lode che lavorano in un call center (sottoccupati), quelli che hanno lasciato il lavoro dopo un accordo aziendale per andare in pensione ma poi è arrivata la Fornero e ha prolungato l'età pensionabile (esodati), quelli che hanno contratti falsi, illegali e precari senza che la legge persegua le aziende truffaldine (abusati).
La terminologia che descrive le diverse categorie di lavoratori con seri problemi di sopravvivenza si allarga sempre di più. Dal fronte lavoro arrivano ogni giorno notizie allarmanti, come bollettini di guerra. Morti e feriti non si contano più.
Che fare? Chi, nell'attuale e purtroppo lunga fase di stallo del Paese, si aspettava una risposta almeno dai dieci "saggi" del presidente Napolitano, è rimasto per l'ennesima volta deluso.
A questo proposito è illuminante una breve intervista fatta da Repubblica a Enrico Giovannini, presidente dell'Istat, uno dei "saggi". Per esempio, parlando degli esodati Giovannini ha detto, che "l'esigenza di intervenire è evidente a tutti, ma è necessaria una misura precisa del fenomeno". Cioè non sappiamo ancora quanti sono!!! (e a dirlo è il presidente dell'Istituto nazionale di statistica). E sui contratti di lavoro Giovannini ha ripetuto il ritornello della necessità di contratti più flessibili perché la crisi richiede maggiore flessibilità (che per le aziende significa mano libera nel disporre delle persone e per i lavoratori vuol dire precarietà).
Niente di nuovo sotto il sole, e tantomeno di saggio. Per fortuna che il lavoro era LA priorità.

Disastro ambientale a Bagnoli. Quale giusta pena?

Vent'anni fa venne decisa la bonifica dell'area dismessa (nella foto) della acciaieria Italsider e della fabbrica di Eternit a Bagnoli (Napoli). Nel tempo sono stati spesi 107 milioni di euro ma la bonifica non è mai stata fatta. Peggio, gli scarti industriali delle lavorazioni, tutti rifiuti pericolosi,
anziché essere smaltiti sono stati interrati a diverse profondità, mentre il mare è stato contaminato con ripetuti sversamenti di idrocarburi.
Quel che nei progetti doveva trasformarsi in un grande parco, polmone verde di Napoli, e in strutture per il rilancio del turismo della zona è diventata invece una immensa catastrofe per la salute e l'ambiente.
Tutta l'area è stata messa sotto sequestro. Gli indagati per truffa allo Stato, cioè per non aver proceduto alla bonifica, sono ventuno. E i danni alla salute e all'ambiente? E i danni per la mancata realizzazione di nuove infrastrutture che avrebbero potuto risollevare l'economia della città?
La giustizia, con lentezza biblica, farà il suo corso. Forse pronuncerà qualche condanna. Ma quale pena per questo e altri delitti simili potrà mai essere giusta?

giovedì 11 aprile 2013

Perché è difficile investire in Italia

Altro che costo del lavoro tout court, capro espiatorio di una situazione che scarica sui lavoratori gli effetti della crisi (e "giustifica" comportamenti poco responsabili di certi imprenditori).
Sul Corriere della sera di oggi (pagina 49) c'è l'interessante intervento di un imprenditore tedesco che ha investito in Italia e che spiega perché è difficile investire in Italia. Sotto accusa l'eccesso di burocrazia che imprigiona le aziende, il non funzionamento del sistema giudiziario (una causa civile dura anche dieci anni e costa molto denaro per pagare gli avvocati), l'impossibilità di svalutare la moneta per riavere più competitività.
Io aggiungerei il peso della pressione fiscale sul lavoro (non certo le retribuzioni che sono tra le più basse in Europa), la corruzione, l'evasione fiscale, elementi in cui il nostro Paese primeggia.


venerdì 29 marzo 2013

Dentro New York batte un cuore tecnologico

Confesso che avevo dei pregiudizi sulle startup. Almeno per come questa recente (per noi) tipologia d'impresa  viene considerata in Italia da parte di governi che non sono stati capaci di riformare il mercato del lavoro in modo equo ed efficace, e hanno invitato (e invitano) i giovani a diventare tout court imprenditori di se stessi (come se questa fosse la principale ricetta contro precariato e disoccupazione giovanile).
Dopo la lettura del libro Tech and the City - Startup a New York, un modello per l'Italia (Guerini e Associati, 22 euro) ho capito che le startup sono soprattutto altro, nascono da una cultura d'impresa diversa dalla nostra e sono fondate sulla tecnologia.
Non a caso questo libro che le racconta è stato scritto a New York, la città più dinamica, creativa e innovativa del mondo da due newyorkesi d'adozione, Maria Teresa Cometto, giornalista esperta di economia e tecnologia, e Alessandro Piol, investitore (venture capitalist) nel settore tecnologico con oltre 30 anni di esperienza e mentore di molti imprenditori.
New York, che nelle startup altamente tecnologiche è seconda solo alla Silicon Valley californiana, nell'applicazione della tecnologia nei settori che sono i suoi punti di forza (moda, design, pubblicità, editoria, comunicazioni, servizi al consumatore) è ormai la capitale indiscussa.
Il giro è questo: da una buona idea può nascere un progetto d'impresa/ che richiede un capitale d'investimento/ che potrà dar vita all'impresa/ il cui risultato, se buono, darà dei profitti/ che, reinvestiti, creeranno posti di lavoro/ e faranno crescere l'economia. Non è una filastrocca, ma un percorso che negli Stati Uniti viene messo a disposizione dei giovani di talento.
Dentro New York batte un cuore tecnologico. E' qui che sono nate Kickstarter, Meetup, Foursquare, Etsy, Tumbir (vedere online i rispettivi siti) per citare qualche esempio di startup tecnologiche di successo nate nella Grande Mela. L'impegno del sindaco Michael Bloomberg, dopo il crollo di Wall Street e della finanza (2008), ha permesso alla città di risollevarsi velocemente puntando proprio sulla diversificazione dell'economia della città, prima prevalentemente finanziaria, poi indirizzata verso gli altri suoi punti di forza. Ma "il caso New York non è copiabile. Va studiato, assimilato e ne va assorbito lo spirito creativo", ha scritto l'ingegner Carlo De Benedetti nella prefazione al libro.
E Maria Teresa Cometto, riferendosi alla legge ad hoc fatta in Italia dal governo Monti per favorire la creazione e lo sviluppo di startup, nell'introduzione scrive che "un ecosistema imprenditoriale non lo si disegna a tavolino". Verissimo. Qualcosa comunque comincia a muoversi anche qui. Lo dimostrano i primi dati forniti dalle Camere di Commercio dove in poche settimane si sono iscritte oltre 300 startup (Corriere della Sera del 17/3/2013) e l'interesse che questo libro ha suscitato in ogni città dove i due autori l'hanno presentato (http://tech-and-the-city.com/it) a numerosi addetti ai lavori e a giovani interessati a conoscere il mondo delle startup.
Il libro non offre ricette miracolose per la crisi profonda dell'attuale sistema imprenditoriale italiano, basato ancora per lo più su vecchi e nuovi modelli o stereotipi (industrie che fanno prodotti obsoleti, non competitivi, dualismo imprenditori/lavoratori; dualismo lavoratori protetti/lavoratori non protetti), però può offrire ottimi spunti e notizie utili alla punta più avanzata del nostro tessuto economico, a chi ha talento, a chi cerca o offre capitali da investire per fare business negli Stati Uniti ma anche in Italia.
Negli Stati Uniti il compito di coniugare imprenditoria, posti di lavoro e crescita economica è certamente più semplice. Non c'è la nostra burocrazia e il fisco americano è meno esoso. "Non avrei mai potuto fare in Europa quel che sono riuscito a compiere qui", dice Bostian Spetic, startupper sloveno che racconta nel libro la sua esperienza. "Dopo un paio di mesi che ero qui la New York City Economic Development Corporation (un'organizzazione non profit che promuove per conto del sindaco lo sviluppo economico della città) mi ha contattato con una mail che diceva: 'Ciao, possiamo programmare una riunione per conoscerci e vedere di che cosa hai bisogno?'. In quale altro Paese può accadere una cosa simile?
Un viaggio nel mondo della comunità tecnologica newyorkese, con tante storie di successi e qualche fallimento, che si conclude con una guida operativa utile a startupper americani e non. C'è anche l'indirizzo di uno studio legale specializzato nell'assistenza agli italiani che vogliono fondare una startup in America.



lunedì 18 marzo 2013

Basta "Porcellum". Chiamiamola "legge Calderoli"

Tra le urgenze che il nuovo governo, se e quando andrà in porto, dovrà affrontare c'è la riforma della legge elettorale.
L'attuale legge, definita "porcata" dal suo stesso autore (il ministro per le Riforme, Roberto Calderoli, leghista) allorché si accorse che era del tutto inadeguata a formare una maggioranza stabile, venne ironicamente ribattezzata Porcellum dal politologo Giovanni Sartori.
Dal dicembre 2005, data di nascita della legge, ogni volta che la si nomina, volendone sottolineare la cattiva reputazione e l'inefficacia, si parla di Porcellum. Basta.
Questa legge l'ha ideata e voluta Calderoli, il quale deve assumersene la piena responsabilità. Quindi, per correttezza, si cominci a chiamarla col suo nome: "legge elettorale Calderoli".
I porcelli, animali generosi destinati loro malgrado all'alimentazione dell'uomo, non meritano d'essere citati con disprezzo.

sabato 16 marzo 2013

Il Pd deve ringraziare gli italiani all'estero

Al Tg3 delle ore 19 di ieri,  nel servizio sulla giornata politica l'autrice ha detto che il Movimento 5 Stelle, per numero di voti, è il primo partito a Montecitorio, proprio come molta parte dell'opinione pubblica ritiene erroneamente.
Deduco che la collega, oltre a essere malinformata, non avesse neppure letto su Repubblica del giorno prima (14 marzo) il breve commento di Michele Serra che sul tema ripristinava la verità, e cioè che il primo partito alla Camera è risultato il Pd, con 148 mila voti in più di quelli del movimento di Grillo. Quel che la gran parte degli elettori pensava, sbagliando, era nato dalla diffusione di risultati, dati prematuramente per definitivi, in cui non erano ancora stati conteggiati i voti degli italiani all'estero.
A parte l'osservazione/informazione di Serra, non mi pare di aver letto questa notizia su altri giornali. E neppure il Pd, recidivo in malacomunicazione, ha rettificato con forza l'errore che attribuiva ai grillini il primato dei voti a Montecitorio.

giovedì 14 marzo 2013

Ricominciare da papa Francesco


Habemus papam, il nuovo pontefice è Francesco, il cardinale Jorge Bergoglio, arcivescovo di Buenos Aires che, affacciatosi per la prima volta dalla loggia di San Pietro, ha salutato la folla in attesa da ore con un semplice "Buonasera".
In questo saluto semplice c'è l'uomo che incontra gli uomini. Nella scelta del nome Francesco c'è un segno forte di volontà di ricostruzione della Chiesa alla luce del Vangelo, un segno di vicinanza agli ultimi, due aspetti che alimentano speranze che non devono più essere deluse.

mercoledì 13 marzo 2013

Quale futuro per il nostro Paese?

Inutile continuare a cercare di decifrare che cosa ci potrebbe accadere dopo il risultato elettorale che ha messo in ginocchio i partiti (qualcuno, come Udc, Fli e Idv, è anche morto), portato a Montecitorio l'incosciente novità degli eletti del "Movimento 5 stelle" e messo in serio pericolo di instabilità l'intero nostro sistema-Paese.
Mi piacerebbe che per una volta valesse il "non tutto il male viene per nuocere" della saggezza popolare, ma adesso è prematuro perfino sperarlo.


sabato 23 febbraio 2013

Ultimatum per il postino

Attraverso la rete ho ricevuto una delle immagini più divertenti della campagna elettorale appena terminata. L'ha scattata qualcuno che, per esasperazione, ha deciso di dare un taglio netto alla cospicua corrispondenza molesta spedita dal cavaliere.
Quando poi questa propaganda raggiunge, come in questo caso, una persona che mai ha votato e mai voterà Berlusconi, la reazione del destinatario può diventare pericolosa.
Stai attento, postino.

Il mondo di Candido è pieno di solidarietà

Festa grande ieri alla Gazzetta dello Sport. A quattro anni dalla morte di Candido Cannavò, direttore storico del più importante quotidiano sportivo italiano, la Fondazione Cannavò ha presentato i suoi nuovi progetti nel corso del "Candido day 2013".
Cannavò ha diretto la Gazzetta per quasi vent'anni lasciando anche il segno profondo della sua umanità, un tratto che lo ha portato a cercare umili, emarginati, disabili, carcerati per offrire loro, attraverso la sua narrazione, una sponda, una speranza.
"Ho capito che si può sognare in fuorigioco", ha detto Luis, giovane recluso nel carcere di Monza e attore in un lavoro teatrale messo in scena in quell'istituto di pena da Gianfelice Facchetti per uno dei progetti della Fondazione. Un messaggio che invita a uscire da condizionamenti e steccati per riprendersi la vita anche quando la vita sembra perduta. Parole che sarebbero piaciute a Cannavò.
Il programma della Fondazione per quest'anno ha quattro obiettivi principali.
Il progetto Carceri, già realizzato per San Vittore, si estenderà a quello di Opera. E' un progetto di educazione alimentare, conoscenza del corpo, educazione motoria e sportiva, finalizzato al miglioramento delle condizioni di vita dei detenuti, oltre la metà dei quali scontano lunghe pene detentive con conseguenze pesanti sul loro fisico.
Poi c'è "Io tifo positivo", idea nata nel 2005 dalla collaborazione di Cannavò con don Gino Rigoldi, cappellano del carcere minorile Beccaria, per continuare a diffondere in modo sano ed educativo la passione per lo sport coinvolgendo sempre più società di calcio e dirigenti scolastici.
il progetto "Donne al volante Panamerica 2013" prevede invece un viaggio di 18 mila km in due mesi nell'America del Sud, dal Venezuela a Capo Horn per supportare l'associazione "Terres des hommes" in un programma per contrastare la violazione dei diritti delle bambine nel mondo.
Infine un intervento per ridare vita al Parco Trotter (ex ippodromo con pista del trotto) a Milano, insieme al Comune e alla Fondazione Cariplo. Il Parco Trotter, area verde cara ai milanesi, in cui per molti anni ha avuto sede la Scuola del Sole con le sue aule e lezioni anche all'aperto, da troppo tempo è in condizioni di degrado totale. Il progetto si chiama "Le ragazze e i ragazzi di via Padova" vuole avvicinare i giovani al basket e sensibilizzare le famiglie sull'utilità dell'educazione motoria.
Nei suoi primi tre anni di vita la Fondazione Cannavò ha già realizzato ventisei progetti sociali e culturali (la mostra Donna e Sport) e un'importante iniziativa editoriale come il volume Le prime pagine della Gazzetta (dalla nascita alla XXX Olimpiade), oltre 450 prime pagine che ripercorrono cento anni di storia dello sport, gli atleti, le squadre, le medaglie, le emozioni.


Dichiarazione di voto

Vigilia elettorale. Temo Grillo, non i grillini. Temo la violenza, le parole d'ordine, gli slogan sbraitati (chi sarò l'otorinolaringoiatra di Grillo?) dell'antipolitica che si fa politica.
I grillini di oggi per certi versi somigliano ai leghisti dell'89. Non bisogna sottovalutarli, come si fece con la Lega Nord, bisogna ascoltarli. Molti di loro sono più vicini a noi di quanto non si pensi: non praticano la violenza verbale del loro capo ma, salvo qualche esagerazione di colore, dimostrano il buonsenso che vuole prevalere sul disinteresse della pubblica amministrazione per le condizioni dei cittadini. Del resto, quante volte anche noi ci siamo augurati che una politica nuova prendesse il posto della politica inefficiente che ci ha governato negli ultimi anni? Non condividiamo l'azione di Grillo, ma certamente il suo movimento ha dato una certa scossa alla vecchia politica politicante.
Domani voterò per Sel alla Camera, anche se non condivido l'idea del referendum sull'art. 18 e voterò Pd al Senato, anche se finora è stato troppo debole in materia di lavoro (due eccezioni solo apparentemente antitetiche, in realtà nate entrambe dal bisogno di coniugare diritti e mercato). Infine voterò Umberto Ambrosoli alla regione Lombardia (senza alcuna eccezione).

giovedì 21 febbraio 2013

Perché Bersani risponde alle provocazioni di B.?

No, Bersani non doveva raccogliere le provocazioni di Berlusconi e rispondere alla restituzione dell'Imu con l'abolizione dei ticket sulle visite specialistiche (abolizione che sarebbe certamente equa essendo una tassa che ricade su chi è più malato, ma che non deve essere oggetto di "questa" campagna elettorale basata sul chi le spara più grosse).
E' vero che talvolta il fine giustifica il mezzo (Niccolò Machiavelli), ma scendere sul terreno del cavaliere è davvero un'idea disgustosa.
Di fronte alle reiterate grida sulle tasse (giuste, per carità, ma qui se ne è abusato), Bersani doveva parlare molto di più di lavoro, magari partendo dalle tasse sul lavoro. Questo mi aspettavo dalla sinistra.

mercoledì 20 febbraio 2013

Non bastava l'art. 18. Qualcuno vuole il 18 bis

Immagino già commenti  tipo: "Non bastava un articolo 18, adesso vogliono anche il 18 bis!".
La proposta di introdurre un art. 18 bis è stata avanzata da Riccardo Nencini, Psi, con l'intento di difendere quei giovani che non hanno mai avuto un contratto di lavoro a tempo indeterminato. La vocazione garantista dei socialisti (di certi socialisti, non di quelli che stanno nel Pdl) si vede anche in materia di lavoro.
Ma non basta. Nella stessa occasione Nencini, per ridare speranze ai giovani, sollecita un'età pensionabile inferiore a quella stabilita dalla legge Fornero, così da rimuovere il tappo che blocca sul posto di lavoro persone che potrebbero essere sostituite da forze fresche, e infine l'estensione dell'apprendistato anche a chi ha più di 35 anni (apprendisti adulti? Apprendisti pensionabili......?).
Giusta la prima. Bizzarra la terza.

Quale rivoluzione?

"Quando la miseria si moltiplica e la speranza fugge dall'uomo, è tempo di rivoluzione", disse una volta Oscar Niemeyer, maestro di architettura e di pensiero.
Questa frase sarebbe (è) la fotografia dello scenario in cui viviamo da alcuni anni. Allora perché nessuno fa la rivoluzione? Perché i giovani non si ribellano? Perché non ci siamo ribellati noi adulti quando abbiamo capito che la situazione stava precipitando e ci avrebbe travolti tutti?
Mi capita talvolta, parlando soprattutto con giovani della "generazione perduta" (come l'ha definita il presidente Monti), di dover rispondere a certe loro curiosità sul contesto economico e sociale in cui invece è vissuta e cresciuta negli anni '70 la "generazione fortunata" (di cui faccio parte anch'io).
Lavoro, sogni, prospettive concrete di futuro erano a portata di mano, l'"ascensore sociale" funzionava per chi si impegnava nello studio e nel lavoro e distribuiva opportunità per chi sapeva coglierle. I risultati molto spesso erano gratificanti e ripagavano le famiglie per i sacrifici fatti per i figli. E anche quando i risultati erano modesti, permettevano comunque di vivere mediamente bene e di godere dei frutti guadagnati e redistribuiti dallo Stato sociale (ai giovani d'oggi tutto questo sembra un film di fantascienza, pur declinato al passato prossimo).
Verso la metà degli anni '90, qualcosa però si è inceppato e non solo quell'ascensore si è bloccato irrimediabilmente al piano terra, ma dopo qualche anno si è cominciato ad avvertire anche il rischio che politiche sbagliate lo facessero sprofondare al piano seminterrato. Inutile premere il bottone stop.
Chi avrebbe dovuto ribellarsi? La "generazione perduta" all'epoca era in terza media o in prima liceo e tutto si aspettava fuorché di diventare, dopo l'università, una generazione senza futuro perfino, paradossalmente, un po' sbertucciata (dai bamboccioni ai choosy)  da chi le aveva fatto terra bruciata intorno in nome di una flessibilità del lavoro che, per essere all'altezza dei tempi, doveva essere per forza l'unica forma di lavoro e che, nella pratica, è stata disciplinata con regole (leggi Biagi e Fornero) di facilissima elusione.
In quegli anni cominciavamo a percepire che il futuro dei nostri ragazzi sarebbe stato duro sì, ma noi continuavamo a essere fiduciosi perché sapevamo d'aver dato loro gli strumenti per prepararsi ad affrontarlo ed eravamo quasi certi che tutti i sacrifici che avevamo fatto per la loro educazione e preparazione, non potevano che essere comunque premiati, magari non subito, ma certamente premiati.
La crisi, pur conclamata nonostante la reiterata negazione di chi avrebbe dovuto cercare di affrontarla e gestirla con politiche efficaci, non aveva ancora tuttavia raggiunto le vette degli ultimi due anni.
La speranza che la situazione non potesse peggiorare più di così ci ha ingannati.
Intanto per noi, "generazione fortunata", è passato il tempo della protesta e delle piazze infuocate in cui ci agitavamo in gioventù comunque da garantiti; ora tutta la famiglia (spesso nonni compresi) è impegnata a sostenere psicologicamente ed economicamente i suoi figli senza futuro anche intaccando risparmi destinati alla vecchiaia: una rivoluzione sociale silenziosa, certamente non quella dei tumulti di piazza evocata da Niemeyer, l'unica rivoluzione che l'attuale società, impermeabile a ogni minima richiesta sociale, può concepire e di cui non possiamo neppure vantarci.