martedì 28 marzo 2017

La provocazione di Francesco

C'è una domanda che mi gira per la testa dopo il saluto ai milanesi fatto da Papa Francesco affacciato alla finestra su piazza San Pietro al termine dell'Angelus di domenica scorsa.
La domanda l'ha sollevata la frase "E' vero, A Milan si riceve col cor in man", pronunciata per ringraziare la città che l'aveva accolto con tanto calore e che gli ha riservato un immenso bagno di folla esultante.
Ecco, ovunque vada Francesco viene sempre accolto con grande calore, entusiasmo, gioia e partecipazione. Questo credo sia inconfutabile. Allora, che cosa è successo di diverso a Milano? Quale misteriosa alchimia d'amore è scattata tra lui e la nostra città da farlo "sbilanciare" in modo così esplicito?
Non ho la presunzione di mettermi tra gli esegeti di Papa Francesco, faccio solo un modesto esercizio di riflessione che, anche se non fosse corretto, non fa male ad alcuno. Da quel che posso intuire, con quel saluto, al di là del sincero sentimento di riconoscenza per chi lo ha accolto così festosamente, credo che Francesco abbia voluto anche lanciare una provocazione, un incitamento a "rispondere" ancora. A che cosa? Ai grandi problemi sociali di questo tempo. Abbia voluto dire ai milanesi che, soprattutto a causa degli enormi problemi dovuti alle guerre e alla fame, devono impegnarsi e fare ancora di più per restare fedeli alla loro fama di popolo accogliente e solidale, fama che purtroppo ultimamente risente un po' della circolazione di idee discriminatorie nel confronti del diverso anche a Milano.

lunedì 27 marzo 2017

Papa Francesco, Milano e la cotoletta di Khalid

Che grande idea, quella di papa Francesco, di venire a Milano. Milano di ieri. Milano delle fabbriche. Milano operosa. Milano delle osterie. Milano città ritrosa, discreta, mai sfacciata. Milano ricca di meravigliosi giardini nascosti. Milano del "Ceruttigino", di Jannacci e i suoi "barbun", Milano dei Navigli. Milano di piazza Fontana. Milano di oggi. Milano città europea. Milano della moda e del design. Milano multietnica, multiculturale, multireligiosa. Milano del "milanese imbruttito". Milano della finanza. Milano della povertà. Milano dell'accoglienza. Milano della Scala. Milano dell'happy hour. Milano dei servizi e della tecnologia. Potrei continuare all'infinito con i volti di ieri e di oggi dell'unico, grande mosaico che compone la mia città al cui centro svetta l'amatissima "Madunina" del Duomo. Tante sfaccettature che Francesco ha colto in pieno anche se, per sottolineare l'aspetto ecumenico della sua visita, con molto garbo ha precisato: "Milanesi sì, ambrosiani certo, ma parte del grande popolo di Dio". Come a dire che siamo tutti figli di un unico Padre e che non ci sono figli preferiti. Quel che è certo è che sabato 25 marzo, nella lunga "toccata e fuga" (undici ore) di papa Francesco in terra ambrosiana, Milano ha sorpreso perfino per chi la conosce.
L'entusiasmo, la gioia, la commozione, la speranza suscitate da papa Francesco in tutti coloro che l'hanno seguito in una delle sue tappe (quartiere Case Bianche, Duomo, carcere di San Vittore, parco di Monza, stadio Meazza) o l'hanno aspettato lungo le strade del suo passaggio hanno certamente lasciato un segno, non importa quanto profondo, importante è che l'abbiano lasciato.
Per raccontare ciò che mi ha più colpito non bastano poche righe. Cerco di sintetizzare con qualche nota. "Sono venuto da sacerdote", sono state le sue prime parole agli abitanti delle case del quartiere di periferia. Così, in semplicità, ha conquistato subito tutti: credenti e non credenti, cristiani, ebrei e
musulmani, persone di ogni estrazione sociale, ragazzi, giovani e anziani.
A don Gabriele, il sacerdote che in Duomo sottolineava come l'evangelizzazione difficilmente faccia "prendere pesci", Francesco ha risposto: "Voi prendete il largo, poi sarà il Signore a prendere pesci". Grande Francesco!
Ma è nel carcere di San Vittore (nella foto, il Santo Padre all'arrivo a San Vittore) che Francesco, senza parlare esplicitamente di misericordia, l'ha insegnata col suo esempio: "A nessuno posso dire che è in carcere perché se lo merita. Perché voi e non io? Il Signore ama me quanto voi, lo stesso Gesù è in voi e in me. Noi siamo fratelli peccatori".
E Khalid, giovane detenuto, trovatosi seduto di fronte a Francesco alla lunga tavolata del carcere, ha detto al Corriere della Sera d'aver provato un'emozione indescrivibile perché il Papa è una persona molto aperta e anche d'essere stato molto fortunato perché così ha potuto "scroccare" a Francesco metà della sua cotoletta. Chissà se è vero che l'ha "scroccata" o se è stato un gesto di Francesco di fronte a quel ragazzone che di cotolette ne avrebbe mangiate cento.... (più facile la seconda).
La cotoletta, icona della cucina milanese, è stata poi al centro di un divertente apologo diretto ai cresimandi raccolti nello stadio Meazza; nel racconto di Francesco la cotoletta è diventata simbolo di condivisione tra chi aveva da mangiare e chi non ne aveva. "La solidarietà è quella che costa, non quella che avanza", ha concluso il pontefice. Parole su cui riflettere a lungo e poi però agire.
Su come educare i figli nella fede, domanda posta da una coppia di genitori di cresimandi, Francesco ha ammonito che bisogna stare attenti perché "non ci sono solo parole" e "i bambini ci guardano", ha concluso citando l'omonimo film di Vittorio De Sica del 1943 (il cinema italiano di quegli anni del dopoguerra, ha detto Francesco andando indietro nella memoria, è stato anche "una perfetta catechesi per mostrare l'umanità"). Vero, come dimenticare la lezione del neorealismo con Ladri di bicicletteMiracolo a Milano  e altri titoli, l'intensa umanità di quei personaggi appartenenti a classi economicamente e anche moralmente disagiate, in lotta perenne con la sopravvivenza quando si affacciavano i primi cambiamenti nel tessuto sociale del Paese?
Nel saluto finale ai ragazzi della Cresima il Santo Padre si è detto preoccupato per la piaga del bullismo e dai ragazzi si è fatto promettere: "Bulli mai, e non permettete che avvenga attorno a voi!". Con questa promessa gridata dalle tribune di uno stadio più avvezzo a grandi partite di calcio che a raduni di fede, fatta in un tripudio di canti, coreografie e sventolio di sciarpe come bandiere, è finita la giornata milanese di Francesco.
Prima di andare allo stadio il Pontefice aveva celebrato la Messa nel parco di Monza, il momento liturgico della sua lunga giornata milanese. Qui, dell'omelia mi piace ricordare come ancora una volta il suo pensiero sia andato alle difficili condizioni di vita di molte famiglie. "Oggi tutto sembra ridursi a cifre lasciando, per altro verso, che la vita quotidiana in molte famiglie si tinga di precarietà e di insicurezza". Quante volte Francesco ha richiamato l'importanza del lavoro che dà dignità alle persone e ha condannato gli abusi verso i lavoratori precari? Tantissime."Chi toglie lavoro fa un peccato gravissimo perché toglie dignità alla persona", aveva detto pochi giorni prima. Parole chiarissime che corrispondono all'applicazione del Vangelo. E, tornando all'omelia, ha indicato quali sono "le tre chiavi della gioia e della speranza: memoria contro le discriminazioni che seminano fratture e divisioni; appartenenza al grande popolo di Dio  che non ha paura di abbracciare i confini e accogliere chi ha bisogno; non rimanere prigionieri dei nostri miopi orizzonti".
Milano ha accolto papa Francesco col cuore. E Francesco l'ha ripagata col cuore ringraziando la città nel suo buffo dialetto simil-milanese: "Vi ringrazio cari milanesi. E' vero, a Milàn si riceve col cor in man". Grazie a te, Francesco, autentico "costruttore di ponti"!
Ricordo personale. Sono stata una delle componenti del gruppetto di volontari della SAMZ, la parrocchia di S. Antonio Maria Zaccaria (Matteo, Silvia, Luigi, Valentina, Lauretta e Simona. Purtroppo mancava la capogruppo Silvana, assente per influenza). Eravamo tra i 3.700 volontari della diocesi di Milano che hanno prestato servizio nelle strade attorno al carcere di San Vittore in appoggio alle forze dell'ordine e ai volontari della Protezione civile. Condividendo questa straordinaria e indimenticabile esperienza, tra i componenti della nostra squadra è stata subito amicizia. Grazie a tutti.



giovedì 9 febbraio 2017

Morti perché non c'è lavoro e i politici tacciono

"Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza sì. La mia generazione è perduta, mai un lavoro". Con queste parole strazianti un giovane di 30 anni, friulano, grafico, si è tolto la vita poche ore dopo che un altro giovane di 22 anni nel Mantovano con un gesto disperato si è ucciso perché disoccupato. Il primo, in chiusura della lettera alla famiglia, ha chiamato in causa il ministro Poletti. Ma chi ha buona memoria ricorderà che al processo da cui è nata la piaga sociale della precarietà lavorativa hanno concorso tutti, centrodestra (non mi meraviglia) e centrosinistra (mi ha stupito molto quando ancora credevo, illudendomi, nelle sue politiche a tutela dei lavoratori; con Renzi e il suo Jobs Act lo stupore è finito ed è stato sostituito dalla consapevolezza che questo doloroso problema interessa solo gli aspiranti lavoratori coinvolti e le loro famiglie che ne condividono il dramma in un Paese che ormai accetta passivamente che esistano cittadini di serie A e cittadini di serie B e che ha premiato con una pioggia di incentivi fiscali anche gli imprenditori disonesti che hanno applicato, abusandone, i contratti atipici).
La stampa ha dato le notizie un po' di malavoglia e per stemperarne l'orrore (sarebbe pure uno scandalo, ma chi si scandalizza più in questo Paese che ha perso anche l'abitudine a indignarsi?) qualcuno le ha accostate a quella della giovane mamma veneta 36enne che, alla  vigilia di partorire il secondo figlio, è stata assunta, senti senti, con un contratto a tempo indeterminato!
La politica ha fatto finta di niente sulle tragedie dei due giovani mentre, per bilanciare, ha enfatizzato (non avendo alcun merito) un altro episodio di segno opposto: l'assunzione di una lavoratrice incinta. Altro che Europa a due velocità: l'Italia, in salita, arranca sempre di più,


venerdì 27 gennaio 2017

"Inciampare" nella Shoah per non dimenticare

Mano nella mano per ricordare l'Olocausto. Domani a Milano alle ore 15 si formerà una lunga catena umana da via Plinio 20 al Binario 21 del Memoriale della Shoah, per difendere le "pietre d'inciampo" incastonate nel marciapiede o nel selciato davanti al portone d'ingresso delle case dove abitavano gli ebrei milanesi deportati nei lager nazisti.
L'idea di queste pietre, opera dell'artista tedesco Gunter Demnig che le ha realizzate più di vent'anni fa, è quella di creare una sorta di "museo diffuso" che in Europa e tutti i Paesi dell'Est  ricordi coloro che hanno perso la vita nei campi di sterminio a causa della follia nazista.
Una di queste pietre deposte a Milano pochi giorni fa, quella in memoria di Dante Coen (nella foto), è stata imbrattata da vandali non ancora identificati proprio in via Plinio 20, da dove partirà la manifestazione di domani.
Le "pietre d'inciampo" sono piccole targhe di ottone con inciso il nome di chi è stato arrestato, l'anno di nascita e la data di morte in campo di concentramento; loro scopo è quello di ridare un'identità a vittime spogliate anche della loro individualità, ridotte a un numero marchiato sulla pelle, e di far riflettere chiunque vi si imbatta.
Le prime "pietre d'inciampo" che ho incontrato sul mio cammino le ho trovate in molte vie di Berlino e sono rimaste impresse nella mia memoria. Come impresse resteranno quelle collocate di recente nella mia Milano. Abbiamo tutti il dovere di non dimenticare.

giovedì 12 gennaio 2017

Referendum art. 18. Perché la Consulta ha detto no

Risultato pressoché scontato: la Corte Costituzionale ha giudicato inammissibile il referendum per abrogare il nuovo art. 18 (quello contenuto nel Jobs Act, per intenderci, che ha sostituito il vecchio art. 18 dello Statuto dei Lavoratori) mentre ha dato il via libera alla consultazione per cancellare i voucher e a quella contro le limitazioni di responsabilità in materia di appalti.
Perché? Le motivazioni della Consulta si conosceranno solo tra un mese ma c'era da aspettarsi che la formulazione del quesito referendario sul nuovo art. 18 avrebbe prodotto il giudizio di inammissibilità da parte dei giudici costituzionali. La ragione è fin troppo semplice: per la nostra Costituzione i referendum possono solo essere abrogativi o di revisione costituzionale. La Cgil invece chiedeva non solo l'abrogazione del nuovo art. 18 (quindi che fosse ripristinato il reintegro del lavoratore in caso di licenziamento illegittimo) ma l'estensione del reintegro a tutte le aziende con più di cinque dipendenti (contro i 15 dipendenti stabiliti dallo Statuto dei Lavoratori).
La seconda parte del quesito, e non occorre essere dei giuristi, non aveva natura abrogativa ma propositiva. Certo, la Consulta avrebbe potuto respingere solo l'ultima parte del quesito, ma ha ritenuto di non farlo (per la cronaca, l'istituzione del referendum propositivo nel nostro ordinamento era contenuta nella legge di riforma costituzionale bocciata dagli elettori lo scorso 4 dicembre).



mercoledì 14 dicembre 2016

Art. 18, una discriminazione inaccettabile, quindi...

La Cassazione ha esaminato i quesiti in materia di lavoro (abolizione dei voucher, abrogazione del licenziamento illegittimo con la reintroduzione dell'art. 18 e abrogazione delle limitazioni di responsabilità in materia di appalti) che la Cgil vorrebbe sottoporre a referendum e ha dato loro il via libera. Ora queste richieste andranno al vaglio della Consulta.
Al momento non si può sapere quale sarà il percorso di queste richieste di referendum ma si può immaginare che siano destinati a rendere incandescente il dibattito politico nella prossima primavera.
Vorrei fare solo un'osservazione: non sono una costituzionalista ma, nella Repubblica fondata sul lavoro e sulla parità di diritti, mi sembra evidente una discriminazione colossale tra lavoratori di serie A (quelli tutelati dal vecchio art. 18) e lavoratori di serie B (quelli post Jobs Act che anche in caso di licenziamento illegittimo non hanno diritto al reintegro nel posto di lavoro ma solo a un'indennità sostitutiva)
Ma l'apartheid tra i lavoratori protetti e non protetti, ristabilendo il dettato costituzionale in materia di uguaglianza dei diritti, non era un impegno che Matteo Renzi volle fortemente assumere quando esordì alla guida del governo? Chissà come mai dopo ha cambiato idea. Quante bugie! E da un governo sedicente di centrosinistra!
Comunque per quanto riguarda l'art. 18 mi sembra impossibile tornare indietro, neppure con un referendum. Chissà quanti cavilli verranno trovati per aggirare questo "pericolo".
E allora come ristabilire equità di trattamento tra i lavoratori? Non certo aspettando che la categoria dei tutelati dall'art. 18 si estingua nel giro di un paio di decenni per cause naturali. Un governo "rottamatore" e coraggioso, con un provvedimento certamente impopolare, avrebbe saputo introdurre la flessibilità (non la precarietà) in ogni contratto di lavoro e quindi far valere il Jobs Act col nuovo art. 18 per tutti i lavoratori, potenziando gli ammortizzatori sociali e indennità economiche in caso di licenziamento e soprattutto offrendo al lavoratore licenziato un'altra opportunità in breve tempo (le politiche attive del lavoro, le misure che dovrebbero aiutare chi ha perso il posto di lavoro a trovarne un altro, non sono ancora state attuate mentre avrebbero dovuto essere il primo passo di una riforma seria). Fermo restando il reintegro nel posto di lavoro in caso di licenziamento discriminatorio.

lunedì 5 dicembre 2016

Referendum: Renzi è stato sconfitto da Renzi

Il governo di Matteo Renzi è stato spazzato via da una sonora sconfitta nel referendum sulla riforma costituzionale trasformato in un voto politico. La maggioranza degli italiani ha punito il presidente del Consiglio Renzi per la sua incapacità di lottare contro il disagio sociale e disuguaglianze sempre più marcate. Ha fatto tutto da solo allontanando dal tavolo chiunque, tra le parti politiche e sociali, avesse idee diverse dalle sue senza neppure il beneficio di ammetterli a una discussione sui problemi più gravi del Paese. Tutto anche in nome della velocità, ma la velocità non è garanzia di buon governo. Eppure tre anni fa la maggioranza degli italiani (me compresa) si era innamorata di lui quando si è presentato come l'Uomo della Provvidenza capace di rottamare senza se e senza ma certi arnesi della vecchia politica e promettendo una riforma al mese.
Non ci è voluto molto però per capire che Renzi stava buttando via il bambino con l'acqua sporca. Tra il suo governo e gran parte degli italiani, anche del suo partito, cominciò ad aprirsi una crepa via via diventata un crepaccio. Anche le sue caratteristiche caratteriali (arroganza, presunzione, attitudine a mentire) hanno cominciato
a scalfire la sua immagine facendo emergere un comportamento che, nella politica interna, dettava politiche sempre più lontane da un'idea di sinistra (certe sue riforme non erano riuscite neppure alle destre) e vicine a mai dimenticate politiche democristiane nel senso deteriore del termine (vedi alla voce Vincenzo De Luca, governatore della Campania).
Ora si è aperta la crisi di governo.

Ma era proprio necessario? Il referendum sulla riforma costituzionale non era obbligatorio dopo che la riforma era stata approvata dal Parlamento. Ma la tentazione di un plebiscito sul suo operato è stata per Renzi un richiamo troppo forte. E ha commesso lo stesso errore di Cameron col referendum sulla Brexit. Le conseguenze di questo suo gesto hanno lasciato un Paese frantumato. Nessuno ha vinto, abbiamo perso tutti.