domenica 29 novembre 2009
Un lavoro al padre per far studiare il figlio
mercoledì 25 novembre 2009
Vespa, l'inquisitore
lunedì 23 novembre 2009
Presidente Fini, non basta dire "stronzo"

venerdì 20 novembre 2009
"Processo breve": ne salterà uno su cento. Quale?
giovedì 19 novembre 2009
A qualcuno piace l'acqua

"Ambrogino d'oro": che meriti ha Marina B.?

mercoledì 18 novembre 2009
"Perché Berlino ha riaperto la mia ferita"
martedì 17 novembre 2009
Tv digitale terrestre: un diktat indigesto

E’ in pieno svolgimento, nel nostro Paese, il passaggio dalla tv analogica a quella digitale terrestre. Senza dubbio un fatto importante, un bel passo avanti nell’innovazione tecnologica. A farne le spese, proprio nel senso di spesa, sono come sempre gli utenti, che devono comprare un decoder o un televisore di ultima generazione con decoder incorporato. Certo, il governo è stato “generoso” concedendo un bonus di 50 euro a chi ha più di 65 anni e un reddito annuo inferiore ai 10 mila euro, e obbligando la quasi totalità dei cittadini a pagare, senza sconti, un altro balzello, compensato sì dalla disponibilità di diversi altri canali (quanto migliorerà la qualità dei programmi è però tutto da vedere), ma che alla fine rappresenta un business, guarda caso, soprattutto per i proprietari di reti televisive. Altre categorie di operatori contenti sono i produttori di apparecchi tv e decoder e, ovviamente, gli antennisti, chiamati a un superlavoro per risintonizzare i ricevitori o riposizionare antenne. Una bella spinta al consumo, per aiutare l’economia del Paese, in uno dei suoi momenti più difficili: come dire, i già pochi soldi delle famiglie, sottratti al risparmio, devono essere spesi per forza anche per un consumo che in questo momento non sarebbe proprio indispensabile. A questo proposito mi piace ricordare un fatto di segno opposto: il ritardo, rispetto ad altri Paesi europei, con cui la tv a colori è entrata nelle case degli italiani (1976) fu causato soprattutto dalla dura opposizione di Ugo La Malfa, segretario del Pri (allora partito di governo), preoccupato invece che le famiglie potessero indebitarsi fortemente per acquistare i primi, costosissimi tvcolor, e il tasso d’inflazione corresse quindi più veloce. Non sono contraria all'innovazione tecnologica (oltre tutto la sto usando adesso, proprio mentre scrivo), ma forse sarebbe meglio, quando si fanno certe scelte, non adottare solo criteri strettamente economici.
domenica 15 novembre 2009
Topolino diventa cattivo. Perché?

Basta con Topolino eroe buono. La Disney ha annunciato nei giorni scorsi che il personaggio preferito da alcune generazioni di bambini in tutto il mondo diventerà cattivo. O, meglio, potrà smettere di essere generoso, altruista, coraggioso e vestire i panni, decisamente più alla moda, del Topo astuto, furbetto, litigioso. Questa trasformazione avverrà nel videogioco Epic Mickey, che Nintendo Wii mettterà in commercio l'anno prossimo, e dipenderà ovviamente da chi giocherà nel ruolo di Topolino.
A Danilo Francescano, esperto e collezionista di fumetti, ho chiesto che cosa ne pensa. Ecco la sua opinione.
"Personalmente, amo i Paperi. Lo confesso, non sono un grande ammiratore di Topolino. Specifico: del Topolino di oggi. Perché se parliamo di quello dei primi anni Sessanta, quello di Romano Scarpa (lo ricordate? È il Topolino della Collana Chiricawa, della Fiamma eterna di Kalhoa, dell’Uomo di Altacraz) o ancor più del Mickey Mouse di Gottfredson, curioso, ottimista e, in fondo, un po’ infantile (nel senso buono del termine), la musica cambia… Non mi piace il Topolino perbenista, cittadino integerrimo, succube dei capricci di una Minnie pettegola, fatua e spesso arrivista. Non mi piace il Topolino che ha perso il senso dell’avventura per l’avventura. Non mi piace il Topolino caricatura di sé stesso.
Per questo, la notizia che Topolino diventerà più cattivo non mi sconvolge per niente.
Oddio, per arrivare a tanta iconoclastia, alla Disney devono essere proprio ridotti allo stremo… Parlando dell’Italia almeno (ma in USA il fumetto disneyano ha da tempo un valore prossimo allo zero: Mickey Mouse è Disneyland e solo Disneyland), tutta colpa di una politica editoriale dissennata e autolesionista, in cui la miopia della vendita a ogni costo, a scapito della qualità, ha determinato la crisi, forse irreversibilile, del fumetto più amato di tutti i tempi. E allora, via con i gadget e con le avventure fintamente sceneggiate dall’attore o dal campione di turno. Via con i tentativi, con le innovazioni spesso cervellotiche, con la ricerca disperata del favore di giovani cui la dimensione alterata e priva di pathos in cui sono precipitati Topolinia (e Paperopoli, purtroppo) non ha più niente da dire. E pensare che sarebbe bastato un po’ di amore per il mondo disneyano per mantenere viva la magia…
E vabbè, vediamo come sarà questo Topolino cattivo. Forse sarà pure gradevole. Forse".
giovedì 12 novembre 2009
Una "nursery" per baby Gelmini
domenica 8 novembre 2009
Berlino Est, agosto 1972







venerdì 6 novembre 2009
La mia passione per Berlino


Il secondo ricordo è del 1972. Ero una giovane giornalista praticante a Panorama, il primo newsmagazine italiano. Era l'anno delle Olimpiadi di Monaco e in redazione era arrivato un invito dell'Ente nazionale per il turismo tedesco per un breve tour promozionale di quattro giorni riservato alla stampa estera: due giorni a Monaco e due in un'altra città a scelta (naturalmente optai per Berlino). Il direttore, Lamberto Sechi, accettò l'invito e lo passò a me.
Provai un'emozione intensa e indescrivibile. Potei finalmente avvicinarmi al muro, con un accompagnatore attraversai la zona americana a bordo di una Mercedes nera cabriolet degli anni ’50: l'autista aveva l'ordine di avanzare a passo d’uomo (l’auto, per nessun motivo, avrebbe dovuto fermarsi) e io, in piedi, un po' in bilico, con la mia prima Nikon e qualche "dritta" tecnica fornita dall'amico e collega Giuseppe Pino (allora fotografo di Panorama, poi prestigioso ritrattista) scattavo a ripetizione foto in bianco e nero (due delle quali appaiono qui sopra). Altrettanto emozionanti furono il passaggio del Checkpoint Charlie per entrare a Berlino Est e l’avvicinamento su un battello al Glienicker Bruecke (foto piccola), il ponte usato per scambi di spie tra Unione Sovietica e Stati Uniti, in una vera atmosfera da spies-story; poi la visita al grande palazzo di vetro, a ridosso del muro, della Axel Springer Verlag (la casa editrice della Bild Zeitung e di Die Welt, nella foto grande ) dove, all’ultimo piano, nel salone tutto boiserie e fumo di pipa, riservato al circolo dei giornalisti, alle pareti erano appesi manifesti con le foto segnaletiche di ogni componente del gruppo anarchico Baader-Meinhof, e su qualche volto era tracciata col pennarello una grande croce, segno di un'avvenuta cattura. Anche la Germania occidentale stava vivendo i suoi anni di piombo.
giovedì 5 novembre 2009
Berlino: quel muro "doveva" crollare

mercoledì 4 novembre 2009
Chi comprerà il nuovo libro di Vespa?
Berlusconi dà uno schiaffo a "Panorama"

martedì 3 novembre 2009
"Quella croce è il segno del dolore umano"

La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato l’esposizione del crocifisso nelle aule scolastiche perché è una una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni, e del diritto degli alunni alla libertà di religione. Senza entrare nel merito delle motivazioni giuridiche addotte dalla Corte di Strasburgo per affrontare una questione che tocca corde profonde della spiritualità di molti o che suscita, in altri, contrarietà o indifferenza, riporto qui un ampio stralcio dell'articolo di Natalia Ginzburg, pubblicato su L’Unità il 22 marzo 1988 e intitolato: “Quella croce rappresenta tutti. E’ il segno del dolore umano”.
(.....) Il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea di uguaglianza fra gli uomini fino ad allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? Sono quasi duemila anni che diciamo “prima di Cristo” e “dopo Cristo”. O vogliamo smettere di dire così? Il crocifisso è simbolo del dolore umano. La corona di spine, i chiodi evocano le sue sofferenze. La croce che pensiamo alta in cima al monte, è il segno della solitudine nella morte. Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo. Per i cattolici, Gesù Cristo è il Figlio di Dio. Per i non cattolici, può essere semplicemente l’immagine di uno che è stato venduto, tradito, martoriato ed è morto sulla croce per amore di Dio e del prossimo. Chi è ateo cancella l’idea di Dio, ma conserva l’idea del prossimo. Si dirà che molti sono stati venduti, traditi e martoriati per la propria fede, per il prossimo, per le generazioni future, e di loro sui muri delle scuole non c’è immagine. E’ vero, ma il crocifisso li rappresenta tutti. Come mai li rappresenta tutti? Perché prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei, neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà tra gli uomini. Gesù Cristo ha portato la croce. A tutti noi è accaduto di portare sulle spalle il peso di una grande sventura. A questa sventura diamo il nome di croce, anche se non siamo cattolici, perché troppo forte e da troppi secoli è impressa l’idea della croce nel nostro pensiero. Alcune parole di Cristo le pensiamo sempre, e possiamo essere laici, atei o quello che si vuole, ma fluttuano sempre nel nostro pensiero ugualmente. Ha detto “ama il prossimo come te stesso”. Erano parole già scritte nell’Antico Testamento, ma sono diventate il fondamento della rivoluzione cristiana. Sono la chiave di tutto. Il crocifisso fa parte della storia del mondo.
lunedì 2 novembre 2009
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