sabato 26 settembre 2009

Prof. Ichino, ci sono anche i precari

Leggo sempre con interesse i commenti del prof. Pietro Ichino, giuslavorista e senatore Pd.
In quello, sotto forma di lettera, pubblicato sul Corriere della Sera di ieri, 25 settembre, il professore, denunciando i pochi aiuti ai lavoratori (mentre le risorse a disposizione della Cassa integrazione risultano invece abbondanti) cita sempre genericamente "i lavoratori", come se ci fosse un'unica categoria di lavoratori alle dipendenze di un'azienda. Del grande pianeta del precariato non fa alcun cenno. Eppure i precari, che già sono precari, nel caso perdano il lavoro hanno anche un trattamento ridicolo: un'indennità una tantum pari al 20% del reddito da lavoro conseguito l'anno prima (mediamente un precario guadagna 1000 euro al mese; fate un po' i conti). Poi che cosa faranno?
I più fortunati potranno trovare un altro posto (assai difficile di questi tempi); altri, se possibile, verranno aiutati dalla famiglia; e gli ultimi?
"Non lasceremo indietro nessuno" è la parola d'ordine di questo governo. Ma chi gli crede?
Il precariato sembra ormai non interessare più nessuno, salvo i precari e le loro famiglie. Lo si dà per scontato, frutto, prima della globalizzazione, poi della crisi globale.
Voglio ricordare qui brevemente di che cosa si tratta.
Il lavoro precario è il contrario del lavoro garantito. E' regolato da alcune tipologie contrattuali. Quella preferita dalle aziende (e si capisce subito perché) è quella detta "co.co.pro", cioè collaboratore continuativo a progetto. Un contratto da "co.co.pro" scade ogni tre, sei mesi, un anno per i più fortunati. Non dà diritto a ferie; l'assenza per malattia sì, ma solo in caso di ricovero; l'assenza per maternità è riconosciuta, ma poi alla lavoratrice normalmente non viene rinnovato il contratto; di pensione non parliamo.
Il lavoro precario non dà sicurezza per il futuro dei giovani e delle famiglie (dove sono quelli del Family day?).
Inoltre non si vuole controllare la legittimità di certi contratti "a progetto". Quanti sono i veri contratti "a progetto"? Lo sa il ministro del Welfare, Maurizio Sacconi, quante sono e quali sono le aziende che impiegano questi contratti "a progetto" illegalmente, cioè ne abusano, imponendo poi al lavoratore un lavoro di tipo subordinato, e non di collaborazione, e pretendendo da lui le stesse prestazioni di un dipendente assunto a tempo indeterminato?
Stimoliamo i giovani a studiare, a formarsi. A prezzo di sacrifici le famiglie si accollano i costi, anche elevati, di corsi, università, laboratori, seminari, master, stages all'estero. E poi?
Qui non si vuole demonizzare la flessibilità, ma la flessibilità va regolata, non deve diventare precarietà. In altri paesi (Danimarca, Stati Uniti, eccetera) al lavoratore "flessibile", uno che si mette in gioco tutti i giorni, viene riconosciuta mediamente almeno una retribuzione più elevata, proprio perché corre il rischio, a scadenza, che non gli venga rinnovato il contratto. Da noi, invece, i lavoratori "flessibili" non hanno alcuna garanzia, cioè sono lavoratori di serie B. In barba alla Costituzione.
Perfino Ichino s'è dimenticato di loro parlando ieri sul Corriere di ammortizzatori sociali.

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