Caro presidente Letta, durante i recenti incontri al Workshop Ambrosetti di Cernobbio lei ha fatto, tra le altre, una dichiarazione che mi ha colpito molto: "La mia missione è rompere le catene che bloccano l'Italia". E subito dopo, annunciando il decreto legge sulla scuola, è stato esplicito nel sostenere che il rilancio del nostro Paese discende dal rilancio dell'istruzione. Ben detto. Vorrei dire tra non molto: ben fatto.
Sappiamo bene che le sorti del suo governo sono legate ai capricci di un pregiudicato che da vent'anni tiene in ostaggio le vite della stragrande maggioranza degli italiani (chi non l'ha votato e chi si è astenuto). Ma fin che il suo governo ha un filo di respiro si impegni seriamente anche su un altro fronte fondamentale per la nostra ripresa, quello del lavoro.
L'attuale sistema-lavoro è quanto di più pasticciato esista. C'è un'infinità di contratti o simil-contratti, cui improvvidamente il suo governo ha aggiunto anche quelli Expo (ce n'era proprio bisogno? Non potevano bastare, allo scopo, i contratti a progetto? L'Expo non è forse un grandissimo progetto cui far fronte, per le esigenze occupazionali, con il contratto propriamente detto "a progetto"?).
Lei lo sa che c'è una generazione che il suo predecessore, senza neppure quell'espressione un po' snob che gli era solita, di lieve disappunto o insofferenza per certi temi fastidiosi come una mosca, ha oggettivamente e scientificamente definito "perduta"? Come a dire, beh, ci sono alcuni milioni di cittadini italiani sfruttati, precari e abusati sul lavoro perché sono nati in anni sbagliati, pazienza.
Ho letto che ci sarebbe un programma di stabilizzazione dei precari della Pubblica Amministrazione. E gli altri? Certo, alla regolarizzazione degli altri dovrebbero pensare le aziende che ne abusano. Ma quando mai lo faranno se governo e sindacati continuano a ignorare il problema oppure, quando non lo ignorano, ne peggiorano la situazione con accordi e interventi normativi improntati a una "stabile precarietà" che certa classe politica e imprenditoriale chiama "flessibilità"?
martedì 10 settembre 2013
venerdì 16 agosto 2013
Monterosso, un territorio da amare di più
In copertina l'irriconoscibile volto, distrutto e coperto di fango, di una statua della Madonna sfrattata dalla chiesa parrocchiale a causa della violenza dell'acqua. All'interno le foto della drammatica alluvione che ha sconvolto Monterosso nel pomeriggio del 25 ottobre 2011. Il libro si intitola MonterossoA(l)mare (gioco di parole un po' complicato che coniuga il nome del comune, Monterosso al Mare, con il verbo "amare" e con l'espressione "a mare" nel significato di "buttar via qualcosa"), dichiarazione d'amore gridata e sconsolata dell'autrice, Miriam Rossignoli, per la sua terra meravigliosa, amatissima e poco rispettata. Miriam, designer per formazione, è fotografa per passione e con una spiccata sensibilità per temi ambientali e sociali.Il libro è una cronaca fotografica dei giorni dell'alluvione e poi del periodo della ricostruzione di Monterosso con uno sguardo finale sul territorio "sospeso tra fragilità e bellezza", come dice il sottotitolo, delle Cinque Terre, le sue peculiarità morfologiche, l'intervento conservativo dell'uomo con i terrazzamenti e i muretti a secco, le coltivazioni, ma anche la trascuratezza o addirittura l'abbandono.
Prima di andare in stampa il libro è stato aggiornato con una pagina dedicata alla ferita più recente di Monterosso: la frana che la notte del 21 marzo 2013 ha travolto il muraglione storico del convento dei frati cappuccini alla cui ricostruzione, senza contributi pubblici ma grazie soprattutto ai monterossini e ad aiuti venuti da fuori, si sta lavorando da maggio.
Dal libro di Miriam Rossignoli emerge con forza il profondo sentimento di appartenenza dell'autrice al suo luogo natale nonostante diversi anni della sua formazione trascorsi in Olanda (patria di sua madre) per ragioni di studio, attaccamento invece proprio alimentato e consolidato da quella lontananza, richiamo dolce e amaro alle proprie radici.Di grande interesse anche la rievocazione della precedente alluvione di Monterosso (ottobre 1966) con articoli e immagini in bianco e nero tratte dalle cronache dei giornali di allora.
Il libro, pubblicato da Edizioni Giacché (La Spezia 0187 23212), è in vendita a 20 euro nelle librerie e su www.ibs.it
venerdì 9 agosto 2013
"U parrinu": storia di un'amicizia ritrovata
Tra poco più di un mese saranno vent'anni dall'assassinio di don Pino Puglisi, parroco di Brancaccio, uno dei quartieri più degradati di Palermo. A Brancaccio dominavano allora i fratelli Graviano, famiglia mafiosa cui la presenza di quel piccolo prete dava molto fastidio. La "colpa" di don Pino era stata quella di strappare i ragazzi dalla strada, accoglierli per insegnare loro a crescere nella legalità sottraendo così manovalanza al crimine organizzato. I Graviano decisero la sua morte. Don Pino, per il suo martirio, è stato beatificato il 25 maggio scorso.
Poche righe per sintetizzare la storia grande e coraggiosa di don Puglisi, una testimonianza stroncata con la violenza, una storia che ha lasciato un segno profondo nelle coscienze di molti italiani e in particolare in quella di un attore, Christian Di Domenico, 44 anni, che ha deciso di portarla sul palcoscenico con un monologo intitolato U parrinu (Il prete), presentato in anteprima sul molo di Monterosso (Cinque Terre) il 5 agosto, in una serata a beneficio della raccolta fondi per riparare la frana che ha colpito il locale convento dei Cappuccini (vedi post del 4 luglio scorso).
Sembrerebbe una rappresentazione di teatro civile, come quelle importanti cui ci hanno abituato artisti famosi (Dario Fo, Marco Paolini, Laura Curino, Ascanio Celestini), spinti dal proprio impegno personale a raccontare personaggi e vicende del nostro Paese che non dovrebbero mai cadere nell'oblio. Nel racconto di Di Domenico c'è però qualcosa di più. C'è una parte della sua vita, c'è la sua storia personale con il protagonista del suo racconto: don Pino Puglisi.
C'è il rimorso per non aver chiesto scusa a don Pino, per essersi negato al suo affetto da un certo momento della sua vita in poi. Fin da piccolo Christian aveva potuto godere di un rapporto speciale con don Pino grazie a sua mamma, siciliana, da sempre grande amica del sacerdote. Don Pino era diventato così per Christian una presenza importante e assidua, che lo accompagnava anche nella crescita rispondendo alle domande più intime di un ragazzino che cresceva; talvolta avevano passato anche le vacanze insieme.
La loro amicizia si spezzò bruscamente quando, in seguito a un rimprovero del sacerdote, Christian si stizzì e si arrabbiò così tanto da troncare ogni rapporto con don Pino, rifiutandosi perfino di salutarlo quando il sacerdote telefonava a casa. Il suo era un gesto di ribellione frequente nei giovani, ma Christian allora non sapeva che quel gesto gli avrebbe procurato un grande senso di colpa. Lo capì la sera del 15 settembre 1993, quando gli arrivò la notizia che don Puglisi era stato "giustiziato" con un colpo alla nuca da due killer al soldo dei fratelli Graviano. Don Pino era morto senza che lui avesse potuto chiedergli scusa.
Portare la storia della loro amicizia in teatro, raccontarla con ricchezza di aneddoti e particolari anche personali è stato per Christian Di Domenico il miglior modo per scusarsi con l'amico don Pino, per chiudere col ricordo di quell'episodio sgradevole, per elaborare quel rimorso. La narrazione risente un po', soprattutto all'inizio, della "fatica" di Di Domenico nell'affrontare in pubblico un dolore così grande e così privato. Ma è proprio questo l'elemento in più sulla scena: la condivisione del proprio dolore con altri, la loro partecipazione, aiuta quella ferita a rimarginarsi.
Nel prossimo autunno-inverno il monologo U parrinu andrà in scena in diversi teatri. Il 9 febbraio 2014 appuntamento al Teatro di Ringhiera di Milano.
Poche righe per sintetizzare la storia grande e coraggiosa di don Puglisi, una testimonianza stroncata con la violenza, una storia che ha lasciato un segno profondo nelle coscienze di molti italiani e in particolare in quella di un attore, Christian Di Domenico, 44 anni, che ha deciso di portarla sul palcoscenico con un monologo intitolato U parrinu (Il prete), presentato in anteprima sul molo di Monterosso (Cinque Terre) il 5 agosto, in una serata a beneficio della raccolta fondi per riparare la frana che ha colpito il locale convento dei Cappuccini (vedi post del 4 luglio scorso).
Sembrerebbe una rappresentazione di teatro civile, come quelle importanti cui ci hanno abituato artisti famosi (Dario Fo, Marco Paolini, Laura Curino, Ascanio Celestini), spinti dal proprio impegno personale a raccontare personaggi e vicende del nostro Paese che non dovrebbero mai cadere nell'oblio. Nel racconto di Di Domenico c'è però qualcosa di più. C'è una parte della sua vita, c'è la sua storia personale con il protagonista del suo racconto: don Pino Puglisi.
C'è il rimorso per non aver chiesto scusa a don Pino, per essersi negato al suo affetto da un certo momento della sua vita in poi. Fin da piccolo Christian aveva potuto godere di un rapporto speciale con don Pino grazie a sua mamma, siciliana, da sempre grande amica del sacerdote. Don Pino era diventato così per Christian una presenza importante e assidua, che lo accompagnava anche nella crescita rispondendo alle domande più intime di un ragazzino che cresceva; talvolta avevano passato anche le vacanze insieme.
La loro amicizia si spezzò bruscamente quando, in seguito a un rimprovero del sacerdote, Christian si stizzì e si arrabbiò così tanto da troncare ogni rapporto con don Pino, rifiutandosi perfino di salutarlo quando il sacerdote telefonava a casa. Il suo era un gesto di ribellione frequente nei giovani, ma Christian allora non sapeva che quel gesto gli avrebbe procurato un grande senso di colpa. Lo capì la sera del 15 settembre 1993, quando gli arrivò la notizia che don Puglisi era stato "giustiziato" con un colpo alla nuca da due killer al soldo dei fratelli Graviano. Don Pino era morto senza che lui avesse potuto chiedergli scusa.
Portare la storia della loro amicizia in teatro, raccontarla con ricchezza di aneddoti e particolari anche personali è stato per Christian Di Domenico il miglior modo per scusarsi con l'amico don Pino, per chiudere col ricordo di quell'episodio sgradevole, per elaborare quel rimorso. La narrazione risente un po', soprattutto all'inizio, della "fatica" di Di Domenico nell'affrontare in pubblico un dolore così grande e così privato. Ma è proprio questo l'elemento in più sulla scena: la condivisione del proprio dolore con altri, la loro partecipazione, aiuta quella ferita a rimarginarsi.
Nel prossimo autunno-inverno il monologo U parrinu andrà in scena in diversi teatri. Il 9 febbraio 2014 appuntamento al Teatro di Ringhiera di Milano.
venerdì 2 agosto 2013
Ci vuole un'altra sentenza per il politico Berlusconi
"Il conflitto d'interessi dell'imprenditore che si è fatto politico ha pagato così il suo prezzo più alto: è infatti il suo agire di imprenditore che è stato sanzionato dal giudice, nella convinzione che sia proseguito anche mentre sedeva a Palazzo Chigi".
A prima vista questa frase dell'editoriale del Corriere della Sera di oggi, intitolato"Siate seri, tutti" e firmato da Antonio Polito, mi ha fatto fare un balzo sulla sedia. La fretta di conoscere, oltre alla cronaca della condanna, anche le analisi degli opinionisti, mi aveva indotto in errore e avevo letto "...il suo agire da imprenditore anziché ....di imprenditore", come invece dice il testo. Se così fosse stato tutti gli imprenditori onesti (voglio credere che ce ne siano) sarebbero dovuti insorgere.
Ma anche la lettura corretta di questa frase provoca indignazione perché sottolinea, come se ce ne fosse stato bisogno, l'esistenza di un conflitto di interessi colossale, fintamente disciplinato (legge Frattini, 2004) e nei fatti bellamente ignorato. Ciò che ha permesso a Berlusconi di governare (i risultati sono sotto gli occhi di tutti, tranne che dei suoi fan) e al tempo stesso di frodare il fisco, cioè i cittadini italiani.
La sentenza definitiva della Cassazione ha condannato l'imprenditore Berlusconi. Per una condanna del politico (sonora sconfitta elettorale) che in quasi vent'anni ha portato il Paese sull'orlo della bancarotta, dobbiamo ancora aspettare. Speriamo non molto.
A prima vista questa frase dell'editoriale del Corriere della Sera di oggi, intitolato"Siate seri, tutti" e firmato da Antonio Polito, mi ha fatto fare un balzo sulla sedia. La fretta di conoscere, oltre alla cronaca della condanna, anche le analisi degli opinionisti, mi aveva indotto in errore e avevo letto "...il suo agire da imprenditore anziché ....di imprenditore", come invece dice il testo. Se così fosse stato tutti gli imprenditori onesti (voglio credere che ce ne siano) sarebbero dovuti insorgere.
Ma anche la lettura corretta di questa frase provoca indignazione perché sottolinea, come se ce ne fosse stato bisogno, l'esistenza di un conflitto di interessi colossale, fintamente disciplinato (legge Frattini, 2004) e nei fatti bellamente ignorato. Ciò che ha permesso a Berlusconi di governare (i risultati sono sotto gli occhi di tutti, tranne che dei suoi fan) e al tempo stesso di frodare il fisco, cioè i cittadini italiani.
La sentenza definitiva della Cassazione ha condannato l'imprenditore Berlusconi. Per una condanna del politico (sonora sconfitta elettorale) che in quasi vent'anni ha portato il Paese sull'orlo della bancarotta, dobbiamo ancora aspettare. Speriamo non molto.
Nuovi orizzonti dalla condanna di S.B.
Stanotte ho dormito benissimo. Se il sonno può essere ottimista, il mio di stanotte è stato pieno di nuove, fresche aspettative. Berlusconi condannato definitivamente.
Anche il risveglio di questa mattina mi ha portato speranze che avevo quasi archiviato.
Perfino la certezza che il cavaliere verrà santificato come martire non mi scalfisce più di tanto.
Ogni tanto la giustizia dà segni di esistere. Accogliamo con fiducia questi segni.
venerdì 26 luglio 2013
Evadere per sopravvivere è illecito ma succede
Non capisco il polemico rumore nato per la dichiarazione di Stefano Fassina, Pd, viceministro per l'Economia quando ha detto: "Esiste l'evasione fiscale di sopravvivenza".
E' ipocrita scandalizzarsi per quel che ha detto Fassina. Qualcuno ha voluto equivocare e scambiare le sue parole come uno stimolo a evadere le tasse. Falso. Fassina è stato chiaro: ha parlato di una realtà esistente, non ha detto che quella realtà è buona (cosa che avrebbe giustificato le proteste generali, Pdl escluso memore di quando Berlusconi, lui sì, aveva incitato a evadere il fisco).
In questa estate, dove ogni pretesto è buono per far perdere di vista i problemi veri del Paese, ci si attacca anche a questo.
E' ipocrita scandalizzarsi per quel che ha detto Fassina. Qualcuno ha voluto equivocare e scambiare le sue parole come uno stimolo a evadere le tasse. Falso. Fassina è stato chiaro: ha parlato di una realtà esistente, non ha detto che quella realtà è buona (cosa che avrebbe giustificato le proteste generali, Pdl escluso memore di quando Berlusconi, lui sì, aveva incitato a evadere il fisco).
In questa estate, dove ogni pretesto è buono per far perdere di vista i problemi veri del Paese, ci si attacca anche a questo.
mercoledì 24 luglio 2013
Più flessibilità per l'Expo. Domani più precarietà
E così il "contratto Expo" è passato. Tutti contenti (imprenditori, governo, comune di Milano, sindacato) d'aver inventato un altro contratto superflessibile. Un contratto pilota, hanno detto, da sperimentare per l'Expo 2015 così che in futuro possa essere applicato a tutti i "grandi eventi". Ma chi vogliono prendere in giro? C'è da giurare che questo contratto resterà anche a Expo finita e andrà ad alimentare ulteriormente la precarietà del lavoro.
Ce n'era proprio bisogno? Ma tra gli attuali contratti di lavoro non c'è forse il "contratto a progetto"? E che cosa è più progetto dell'Expo?
Il fatto è che i "contratti a progetto", rinnovabili all'infinito, ormai hanno sostituito alla grande i contratti a tempo indeterminato e tutti fanno finta di non saperlo.
Ce n'era proprio bisogno? Ma tra gli attuali contratti di lavoro non c'è forse il "contratto a progetto"? E che cosa è più progetto dell'Expo?
Il fatto è che i "contratti a progetto", rinnovabili all'infinito, ormai hanno sostituito alla grande i contratti a tempo indeterminato e tutti fanno finta di non saperlo.

