Ieri è morto un amico carissimo. Si chiamava Renato Giuntini, giornalista, marinaio (da giovane era stato ufficiale sulla Vespucci, quanti racconti di meravigliose avventure), coraggioso capo partigiano, "comandante Marco", appassionato di poesia, d'arte e di musica. Un uomo che aveva vissuto momenti molto duri, goloso della vita, generoso, un uomo che si commuoveva per la bellezza di una foglia. Un gentiluomo vero.
L'ho saputo in treno mentre da Monterosso tornavo a Milano. Con gli occhi umidi ho guardato fuori dal finestrino. Ieri, solstizio d'inverno, il giorno era il più corto dell'anno, alle cinque del pomeriggio un tramonto quasi tropicale incendiava il cielo e dava riflessi dorati all'increspatura delle onde. Renato adorava il mare e da anni, su una carrozzella, accompagnato dalla dolcissima Gigliola, sua moglie da quarantatre anni, d'estate guardava in silenzio e con intensità il mare dalla terrazza di un albergo in Riviera.
Anch'io fissavo il mare dal finestrino del treno. In cielo il sole si stava spegnendo (spengendo, avrebbe detto Renato, col suo fiero accento toscano mai guastato per fortuna da decenni di vita milanese), ma era ancora attraversato da pennellate di colore rosso-arancio. A un certo punto mi sono accorta che sulla linea dell'orizzonte si era come appoggiato uno strato orizzontale senza interruzione, lungo, di nuvole molto basse e nere. Era il lutto del mare.